La realtà di “American Meme”

Millenials e ad blockers: che fine faranno gli influencer?

(Photo: Netflix)

Chi vi tiene compagnia nelle domeniche noiose o nei giorni di pioggia che sembrano non finire mai?
Proprio lui, Netflix.

La piattaforma di streaming americana sbarcata in Italia nel 2015 è ormai la risorsa primaria per cinefili (e non) quando si parla di film e serie tv.
Ma non solo.

Netflix nel corso del tempo ha saputo spiccare tra gli altri servizi di streaming grazie allo spazio e all’importanza dedicati a un genere un particolare: i documentari.

Che si tratti di un unico lungometraggio o di tanti piccoli episodi (i cosiddetti “docu-series”), la piattaforma made in USA ha sempre fornito ai suoi abbonati una libreria piena di titoli di ogni tipo.

L’ultima aggiunta a questo ricco catalogo è “American Meme”, un’esplorazione delle luci e delle ombre che circondano l’apparentemente dorato mondo delle web star e degli influencer.

Cosa c’è dietro alle vite di chi ha saputo costruire un impero a suon di like e followers?

Ma soprattutto: cosa può esistere dopo? Queste figure saranno davvero in grado di reinventarsi, qualora un giorno l’esposizione mediatica delle loro vite non sarà più sufficientemente seguita dal pubblico?

È questo ciò che il documentario di Bret Marcus (peraltro premiato al Tribeca Film Festival) si propone di indagare; e lo fa partendo da un’influencer antesignana come Paris Hilton, passando per la neo-signora Bieber Hailey Baldwin e arrivando fino alle star della piattaforma Vine.

Non sono attori, non sono star della tv o top model: sono personaggi nati e cresciuti su internet, capaci nel tempo di conquistare un pubblico sempre più vasto basando la loro intera carriera sulla loro esposizione virtuale.

Ma come ci riescono?
C’è forse qualcosa di oscuro dietro a questi profili così apparentemente perfetti?

(Photo: Netflix)

Quel che è certo è che la figura dell’influencer è attualmente quella più richiesta dal mercato e da qualsiasi azienda o brand che sia interessato ad avere pubblicità e risonanza mediatica.

“American Meme” infatti si inserisce all’interno di un momento storico in cui ci troviamo forse all’apice della pubblicità targettizzata on-line.

Ben distante dagli spot della tv generalista che ci intervallano la visione dei nostri programmi preferiti, la pubblicità targettizzata ci studia.
Analizza il nostro percorso su internet: cosa abbiamo cercato, cosa ci interessa, quali siti frequentiamo più assiduamente e alla fine di questa analisi ci propone una pubblicità mirata, confezionata su misura per noi -e che, ovviamente, ha una maggior probabilità di catturare la nostra attenzione e portarci a finalizzare un acquisto.

E cosa accade quando queste pubblicità vengono veicolate su social ormai saturi di influencer?
Un sovraccarico.

È un sovraccarico di figure tutte molto simili tra loro, che ci propongono oggi quello e domani quell’altro prodotto, di fatto invadendo la nostra home page e surclassando il resto dei contenuti.

(Photo: kate.lavie Instagram)

È qui che gli utenti più abili hanno iniziato a usare le loro capacità di nativi digitali per ovviare a questo problema.

Stiamo parlando soprattutto dei Millenials, la generazione attualmente più propensa agli acquisti on-line, nonché quella più tech-savvy e più targettizzata da brand e aziende su internet.

In questo mare di prodotti, marchi e influencer, una risorsa arriva in salvataggio degli utenti: si tratta degli ad blockers.

Stiamo parlando di programmi realizzati apposta per eliminare la pubblicità indesiderata e persistente, rendendo così la navigazione più fluida, sicura e priva di banner invadenti.

Con un 88% di consumatori che affermano di fidarsi più delle recensioni degli altri utenti piuttosto che della tradizionale pubblicità, non stupisce se oramai sia già il 40% dei Millenials a usare gli ad blockers.

Ciò che emerge è una ricerca da parte di questa generazione di qualcosa di più reale, o meglio di un sistema trasparente nel quale gli influencer non passino da un prodotto all’altro senza sosta, ma bensì si leghino a un brand in maniera continuativa per portarne avanti con coerenza una certa immagine e una precisa filosofia.

(Photo: Anatomy Media)

Ciò che i brand sembrano dover fare se davvero vogliono avere successo sui loro potenziali acquirenti è muoversi verso una celebrazione della realtà, dell’imperfezione e soprattutto pensare alla qualità: un immagine chiara e netta del proprio marchio, che si concentri verso un incremento della qualità e non della quantità di followers.

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