Rental fashion

La moda nella sharing economy

Negli ultimi anni sono numerosi i servizi nati per dare la possibilità a tutti di noleggiare capi altrimenti inarrivabili per la maggior parte delle tasche.

Dagli Stati Uniti all’Europa, gli ultimi anni hanno visto fiorire servizi di sharing che potrebbero definirsi gli Uber (o gli Airbnb) della moda: ad Amsterdam per esempio troviamo Lena Fashion Library, che in particolare acquista abiti usati per poi affittarli con una forma di abbonamento mensile. In Italia la risorsa di riferimento è invece Front Row Tribe, una piattaforma che ti permette di scegliere e noleggiare il tuo abito per 4 giorni, filtrando la tua ricerca in base a designer e stile.

In principio però fu l’America. È proprio qui che, nell’ormai lontano 2009, nasce Rent The Runway, una catena di negozi che permette ai clienti di noleggiare abiti da cerimonia e accessori per le occasioni più eleganti.

Ma è bastato poco tempo perché anche Julia Gudish Krieger, fondatrice del servizio made in NY VillageLuxe (che permette di affittare capi tra privati per qualche giorno), comprendesse l’enorme potenziale dei guardaroba firmati. Gli armadi dei consumatori privilegiati che possono permettersi di acquistare abitualmente capi di lusso sono infatti un capitale poco sfruttato, specie considerando il potenziale appeal di certi capi inarrivabili su un target medio.

Allora perché non ammortizzare le spese per un capo costoso rendendolo affittabile dal grande pubblico?

E se la rental fashion non fosse solo una possibilità economica, ma anche un modo valido per tutelare l’ambiente?

Sì perché in un mondo in cui il fast fashion domina le vendite con le sue numerosissime catene e capi nuovi in store ogni settimana, le stime, secondo il British Fashion Council, sono non poco preoccupanti: si parla di un camion della spazzatura pieno di tessuti buttato ogni secondo, ogni giorno.

(Photo: NY post)

Questo senza contare i consumi che l’industria del fashion produce: si stima che circa il 35% del totale delle micro fibre negli oceani provenga da abbigliamento e tessuti ed, entro il 2050, si prevede che l’industria della moda utilizzerà ben il 25% del bilancio mondiale di carbonio.

Per contrastare i danni già fatti da queste produzioni massicce e limitare i problemi futuri, le catene di fast fashion e i grandi stilisti hanno da tempo abbracciato una politica ecologica che esorta alla sostenibilità,  ma ora ci si chiede se il 2019 potrebbe rappresentare un ulteriore salto in avanti: potrebbe davvero essere l’anno in cui la moda cambia direzione, dirigendosi verso la filosofia del riuso e dell’acquisto controllato?

WRAP, l’agenzia per l’efficienza delle risorse del Regno Unito, ha identificato il leasing come un modello di business innovativo che offre ai vestiti una vita più lunga, riducendo al contempo l’uso di materiali e le emissioni di anidride carbonica.

Il valore potenziale del mercato del rental fashion in UK è stimato in 923 milioni di sterline, anche grazie a un modello già consolidato per alcuni articoli come gli abiti da sposa e gli smoking da uomo.

Mud Jeans, servizio che permette ai consumatori di noleggiare jeans biologici, Girl Meets Dress, nato in UK nel 2009 e il sopracitato Rent The Runway sono le realtà che sfideranno il sistema moda, costruendosi sul cambiamento delle richieste di un pubblico sempre più conscious.

I noleggi che queste nuove aziende proporranno dovranno essere economici, accessibili e soprattutto dovranno saper soddisfare il desiderio del cliente di avere tra le mani qualcosa di nuovo.

Con la presenza di consumatori (specialmente Millenials) pronti al cambiamento e attenti alle novità, i servizi di rental fashion potrebbero contribuire all’espansione della tanto auspicata circular fashion.

Sarà necessario ancora qualche piccolo granfe accorgimento perché il trend del noleggio possa rappresentare davvero una svolta rispetto ai numerosi sprechi del settore: trasporti ridotti e controllati, riduzione dell’impatto delle tecniche di pulitura a secco sull’ambiente e, infine, è importante procedere verso un cambiamento sistematico nelle pratiche commerciali.

(Photo: Rent The Runway)

Non stupisce che nel campo dei brand di lusso il noleggio dei capi sia un’opzione allettante, ma che dire dei giovanissimi? Il target dei più giovani e dei Millenials è potenzialmente più orientata a capi di fascia media, appartenenti al mondo sportivo e dello street-wear.

Ad accontentare e conquistare questa importantissima fetta di pubblico ci pensa Urban Outfitters.

È di poche ore fa la notizia del lancio del sito “Nuuly” da parte della famosa catena di fast fashion, che dall’estate di quest’anno permetterà ai consumatori USA di abbonarsi alla piattaforma e affittare capi firmati Levi’s, Anna Sui, Fila ecc.

Non solo.
Nell’ottica del “Reduce-Reuse-Recycle”, i fruitori del sito potranno scegliere se tenere il capo scelto dopo il noleggio o restituirlo e non potranno ordinare atri pezzi finché non avranno scelto.

Che sia l’alba di un nuovo giorno, verso un sistema moda più equo e attento?

Di certo, con il fiorire della sharing economy che promuove un sistema basato sulla condivisione dei beni, sembra essere il momento giusto per iniziare questo percorso.

 

 

 

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