Oggetti del desiderio

I brand della moda invadono il tempo libero

(Photo: Saint Laurent)

Non avrei mai pensato che fare yoga fosse così costoso.
Con gli occhi sgranati sullo schermo, ho rivaluto in un secondo l’attività fisica più spirituale che abbia mai intrapreso.
Da quando il mio sguardo è caduto sullo shop di Rive Droite di Saint Laurent, niente è più come prima -a partire dalla mia salivazione.

All’interno di questo shop, un tappetino da esercizi per lo yoga costa nientepopodimeno che (rullo di tamburi) 345 euro!!!
Sì avete capito bene. Non sono i pezzi rimasti, è il numero di monete da un euro che dovete accumulare per fare il “cane a testa in giù”.

Lo osservo meglio: è animalier, bellissimo e mi fa salire il desiderio agli occhi.
Mi vedo già all’alba, con un corpo flessuoso e aggraziato mentre compio il mio centoventottesimo saluto al sole davanti alla vetrata di casa che dà a est.

Perfetto. A parte la vetrata di casa mia che dà realmente ad est, il resto temo sia solo frutto di un momentaneo calo glicemico.
Quel tappetino io non lo comprerò mai.

In realtà farò fatica a comprare molti degli oggetti di lusso che propongono diversi grandi marchi, che dell’estetica fanno una bandiera efficace verso chi di questa si ciba quotidianamente.

(Photo: Saint Laurent)

Come me, esiste una marea di consumatori convinti che “la bellezza salverà il mondo” e che, assuefatti da questo credo, sarebbero disposti a noleggiare la mamma (la mia per esempio fa delle torte squisite).

Nel caso di Saint Laurent devo però ammettere che provo piacere quando il marchio fa parlare di sé. Malgrado lo stilista sia morto da oltre 10 anni, ci vedo sempre una sorta di riscatto postumo a favore di un uomo che in vita fu più volte osteggiato, ma si rialzò più forte che mai dopo ogni caduta.
Basti pensare ai giorni in cui, arruolato nell’esercito francese e tediato dal nonnismo, a casa la maison Dior si prendeva la briga di licenziarlo.

Quindi: un tappetino yoga a quel prezzo non sarà sicuramente troppo spirituale, però può essere visto comunque come un esempio di karma a posteriori (dai, che se vado avanti ancora un po’ una ragione per la quale sarebbe giusto acquistarlo la trovo).

Ma cos’è esattamente l’oggettistica di lusso?
Tutto ciò che, a caratteri convulsi, ho descritto poc’anzi.
Desiderio, esclusività, bellezza e prezzi proibitivi, al fine di dividere il mondo in due categorie di persone: chi può acquistare e chi non può.

Si tratta di una serie di articoli esteticamente irresistibili e con un design così tanto in sintonia con il brand di derivazione da costruire attorno all’acquirente un alone di appartenenza e lavorare sulla forza che dà il potere d’acquisto di un pezzo raro e prestigioso.

Supreme, il brand di James Jebbia, è maestro in questo. Anzi, la ragione del suo successo deriva proprio dall’aver saputo creare oggettistica e abiti in quantità limitata, marchiandoli con il proprio nome e avvalendosi spesso di collaborazioni illustri con i grandi della moda.

(Photo: Highsnobiety)

Jebbia nasce a Manhattan, figlio di un americano vissuto in Inghilterra.
Il suo format ruota attorno al mondo dello skateboard, sia in senso metaforico che visuale; l’abbigliamento è disposto sulle pareti, mentre al centro troneggiano tavole da skateboard che sembrano vere e proprie opere d’arte moderna.

E proprio dall’arte attinge Supreme: un’arte da ragazzo della strada, un po’ hip hop e un po’ punk-rock.
Skateboard che si ispirano ad artisti del calibro di Pablo Picasso, ma che si fanno plasmare da contemporanei quali Jeff Koons, Damien Hirst e Christopher Wool, attraverso la creazione di skate decks ambitissimi sia dagli skater che dai collezionisti d’arte.

Nell’ottica delle collaborazioni, oltre agli skateboard, Supreme spinge sull’oggettistica che nasce grazie alla co-firma di case della moda tra le più prestigiose.
Sebbene i prezzi siano proibitivi, non si può fare a meno di desiderare certi articoli. Infatti, il marchio funziona così tanto e così bene da essere abbondantemente presente nei mercati di merce second hand.

Il ragionamento che spinge i compratori di capi e oggetti di seconda mano è “se non lo posso possedere la prima volta, non posso permettermi di mancarlo alla seconda” (magari anche con un prezzo di acquisto molto più abbordabile).

Ma di che oggetti stiamo parlando? Variegati: magliette con loghi particolari, accendini, cappellini, portachiavi, apri bottiglie e, meraviglia delle meraviglie, giochi di società!

La stessa Louis Vuitton ha prestato il logo a un Jenga super stiloso, al punto che la sola idea di far cadere i mattoncini dalla cima della torre mi fa accapponare la pelle. Ma credo che le mie figlie non avrebbero egual timore nello sfidare cotanta bellezza.

(Photo: Louis Vuitton)

Ed è proprio questa, ancora una volta, la chiave di volta (mi si perdoni il gioco di parole): la bellezza.
Infatti se è pur vero che, come predico sempre, “le cose sono cose”, devo ammettere che le cose davvero belle sono qualcosa in più.
Loro sono felicità, gioia, sicurezza, attrattività, potere di acquisto… e forza.

Sono diversità pur nell’omologazione della ricerca del prestigio, sono il camminare con un tacco dodici in un mondo di persone che indossano le ballerine: 12 centimetri sopra la media o, come si dice, 12 metri sopra al cielo.

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