I “tempi interessanti” della Biennale 2019

L’acqua alta non ferma l’arte: a Venezia la Biennale registra numeri da record

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(Photo: Sole24ore)

In un discorso alla fine degli anni Trenta del secolo scorso, il parlamentare britannico Sir Austen Chamberlain invocò un’antica maledizione cinese di cui era venuto a conoscenza durante un suo viaggio in Asia.

La maledizione recitava così: “Che tu possa vivere in tempi interessanti.”

Un’esternazione chiaramente ironica e pungente, nella quale i “tempi interessanti” a cui si riferisce sono in realtà i periodi più caotici, sfidanti e preoccupanti.

Ma questa frase apparentemente minacciosa può avere anche un doppio senso propositivo: un invito a considerare il corso degli eventi storici nella loro complessità e dunque approfondirli, andando sempre oltre e rifuggendo la semplificazione delle sempre più diffuse “fake news”.

È proprio questa singolare maledizione che dà il titolo alla 58esima Biennale di Venezia, curata da Ralph Rugoff e terminata domenica 24 novembre.

L’esposizione “May you live in interesting times” ha registrato numeri da record: 600mila visitatori accorsi da ogni parte del mondo (con un picco di under 26 all’appello), numero al quale si aggiungono le quasi 25mila presenze nel corso dei 3 giorni di vernissage dedicati agli addetti ai lavori e ai giornalisti.

79 gli artisti invitati, 90 le partecipazioni nazionali, visitatori illustri come Julie Andrews, Brad Pitt ed Emir Kusturica e anche ben 4 prime volte: la presenza di Ghana, Madagascar, Malesia e Pakistan, nazioni che non avevano mai partecipato alla rassegna prima del 2019.

Ma qual è stato il fil rouge di questa riuscitissima edizione?
Mettere in evidenza tutto ciò che dà instabilità al nostro tempo: i cambiamenti climatici, le violenze connotate dal razzismo, le migrazioni di massa e le questioni etnico-religiose.

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I tempi “interessanti” del titolo di questa Biennale devono portare a una rinnovata energia, una voglia di riscatto che spinge a raggiungere nuove realtà e visioni.

Un invito che ci appare particolarmente importante, considerando un presente nel quale troppo spesso prevale un eccesso di superficialità generato da conformismi e paure. Il titolo, così interpretato, riassume in esso anche le ragioni proprie d’essere che una Biennale deve avere.

E questa edizione della Mostra è stata segnata infatti da una particolare sensibilità al tema del rapporto con il visitatore, una voglia esplicita di renderlo -secondo le parole stesse del curatore Rugoff- “partecipe alla riflessione sull’arte e sull’indagine che gli artisti contemporanei sviluppano continuamente su se stessi”.

Una Biennale dunque molto importante a livello di tematiche, ma anche profondamente segnata da un maltempo che ha sfortunatamente portato allagamenti, ingenti danni e acqua alta nel 46% del centro storico della città.

E anche qui, ci torna in mente l’arte. Era stato infatti il designer e artista poliedrico Virgil Abloh a far riflettere sulla tematica del surriscaldamento globale e dei cambiamenti climatici con la sua esposizione intitolata proprio “Acqua Alta” che è stata installata proprio in occasione della Biennale 2019 nella splendida cornice della Cà d’Oro.
Quasi un omaggio profetico a una città unica, che in quanto tale andrebbe tutelata e conservata con sempre maggiore attenzione.

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(Photo: Carpenters Workshop Gallery)

Spostandoci oltre gli eventi collaterali ospitati in palazzi, chiese o magazzini, si torna alle sedi principali. Sempre le stesse, ogni anno: i Giardini e l’Arsenale.

I Giardini, sede storica della prima Biennale datata 1895, hanno ospitato il Padiglione Centrale curato da Rugoff e i 29 padiglioni più antichi (come il Regno Unito, la Francia e la Germania).

Nell’Arsenale invece, spazio espositivo enorme di ben 50mila metri quadrati, era possibile visitare i padiglioni internazionali, assieme a parte della mostra internazionale curata da Rugoff ed al Padiglione Italia, allestito alle Tese delle Vergini e curato da Milovan Farronato, direttore del Fiorucci Art Trust, un centro di ricerca e produzione artistica contemporanea che dal 2010 sostiene artisti internazionali attraverso residenze, laboratori e workshop situati in diverse location.

La mostra internazionale curata da Rugoff si è sviluppata in due parti: Proposizione A nell’Arsenale, e Proposizione B nel Padiglione Centrale. Il curatore stesso ha raccontato di essersi ispirato al libro “Opera Aperta” di Umberto Eco, motivando così la sua scelta:

« […] porta l’attenzione sulla capacità dell’arte di ispirare nuovi modi di guardare e di comportarsi.»

Quali sono stati i padiglioni maggiormente acclamati di questa edizione?

Uno tra tutti quello della Lituania.

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(Photo: Andrea Avezzù)

Vincitore del Leone d’oro per le partecipazioni nazionali su decisione della giuria, è sicuramente quello di cui si è parlato di più e che ha messo d’accordo la maggior parte dei critici, che l’hanno ritenuto all’unanimità interessante, evocativo ed emozionante.

Intitolato Sun & Sea (Marina)”, è stato curato dalle artiste e amiche Lina Lapelyte (compositrice musicale), Vaiva Grainyte (drammaturga) e Rugile Barzdziukaite (regista di teatro) ed è stato allestito in modo molto scenografico e spiazzante nel magazzino della Marina dell’Arsenale.

Mette in scena una spiaggia finta con persone vere che la vivono: uomini, donne, bambini che leggono, sonnecchiano, giocano con paletta e si godono una giornata al mare. Il tutto mentre il visitatore li osserva dall’alto.

Le artiste hanno addirittura invitato il pubblico a partecipare attivamente all’installazione, approfittando del loro sole artificiale ed entrando nell’opera per fare un’esperienza unica.

Tra gli artisti usciti vincenti dalla rassegna troviamo Jimmie Durham, insignito del premio alla carriera, che ha partecipato a questa edizione con i suoi oggetti assemblati all’Arsenale, mentre il Leone d’Oro per il miglior partecipante è stato consegnato allo statunitense Arthur Jafa per “The White Album”, che mette insieme filmati che raccontano la violenza dei bianchi sui neri affiancati alla testimonianza di un suprematista bianco.

Molto cruda e d’impatto l’opera della messicana Teresa Margolles, premiata con una menzione speciale: l’artista ha portato nel Padiglione Centrale un blocco del muro di Ciudad Juarez, una delle città più violente al mondo, assieme ad alcuni pannelli delle fermate degli bus con affissi gli annunci delle ragazze scomparse, rapite o uccise.

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(Photo: Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti )

E il padiglione nostrano? L’Italia ha partecipato alla Biennale con il percorso immersivo Né altra Né questa: La sfida al Labirinto”. L’opera si ispira al saggio “La sfida al labirinto” di Italo Calvino del 1962 e si serve della struttura del labirinto per esporre opere diverse tra loro che si intrecciano, senza dare un messaggio preciso ma lasciando aperte le interpretazioni.

Ma è il padiglione francese a essere stato considerato da molti critici l’opera culminante di questa Biennale.
Ai Giardini, il percorso espositivo oggettuale dal titolo “Deep See Blue Surrounding You/Vois Ce Bleu Profond Te Fondre” curato dalla vincitrice del Turner Prize Laure Prouvost, modifica l’andatura del viaggio, di un tragitto compiuto per arrivare alla 58esima Biennale di Venezia, con l’intento di indicare un’altra via. Tutto ciò attraverso resine trasparenti e ritrovamenti da fondali marini imprecisati, per riflettere sulla paura di rimanere bloccati nel limbo del pensiero, dell’incomprensione e della mistificazione.

Spunti interessanti che invitano ad andare in profondità e riflettere con attenzione sul presente, sfruttando il mezzo dell’arte per farlo. Una Biennale dai contenuti importanti che riconferma la presenza fondamentale di una rassegna come questa nei calendari degli appassionati di tutto il mondo.

 

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