Yves Saint Laurent: genio rivoluzionario

Un “fabbricante di felicità” per la rivincita delle donne

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(Photo: Pierre Olivier DESCHAMPS/ Agence VU)

“L’alta moda è finita. Non è un’arte che si appende come un quadro, ma è qualcosa che ha senso se accompagna l’arte di vivere. Oggi, tempo di jeans e di Nike, l’arte di vivere non esiste più”.

Che cosa intende dire con questa frase Pierre Bergè, compagno storico dello stilista pioniere Yves Saint Laurent, che commenta così la sua volontaria uscita di scena dalle passerelle della moda?

Sicuramente non si riferisce al bisogno di deporre le armi, considerando che la personalità in questione teme l’innovazione come io posso temere un buono sconto del 70% da Chanel.

Bergè parla piuttosto dello spirito eterodosso del compagno, che fu capace di regalare all’universo femminile capi normalmente dedicati a quello maschile. Parliamo di sahariane, smoking, giubbotti di pelle, blazer, trench: tutti realizzati senza sacrificare un briciolo del loro potere di seduzione.

Fu lui a puntare su meravigliosi e innovativi pantaloni, liberando la forza di una donna appartenente a un’epoca in cui, nel suo limitante ruolo di anima del focolare, era costretta a silenziare ogni sorta di magia quotidiana sotto al tessuto di una rassicurante gonna al ginocchio.

Proprio per questo motivo, Yves Saint Laurent non poteva sicuramente essere d’accordo con l’idea dell’indossare una comoda ma banale omologazione alla massa. Concetto impossibile per un giovane così brillante da ereditare, già nel 1957 con la morte di Dior, un impero della moda.

E diciamoci la verità, fu capace di coordinarlo ad un’età nella quale molti di noi non sono in grado nemmeno di amministrare i propri buoni pasto.

Yves Saint Laurent infatti passò in un battito di ciglia da un’infanzia trascorsa a disegnare bambole di carta, a venire universalmente riconosciuto per il suo infinito talento nel governare una delle più grandi e intoccabili istituzioni nel mondo della moda.

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(Photo: François GOIZE)

Tutto finché non arrivò il momento in cui gli venne tolta la libertà di movimento.

E fu lì, in quel preciso attimo, che la storia si schiuse nel suo personale “C’era una volta”.

Dopo una caduta rovinosa fra le spine della frustrazione causata dal non poter fare, fu graziato dalle ali di un amore grandioso che gli permise di aprire, assieme al suo compagno di vita Pierre Bergè, una maison tutta sua.

Ecco Yves Saint Laurent: una metodica cura dei particolari sposata all’innovazione entusiasta di chi ricerca nel mondo esterno e nell’arte una continua ispirazione. Un genio contaminato da un sentimento esistenziale intriso da una ricerca -mai sazia- di stile.

Come l’arte, lo stile YSL deve essere prima di tutto un’ispirazione alla crescita, ma soprattutto alla felicità e assolutamente mai una mera esibizione fine a se stessa.

“Non dobbiamo mai confondere l’eleganza con l’essere snob”.

Una frase che ho sempre apprezzato. Perché nel mondo di oggi, lo sfoggio del lusso fine a se stesso e volto a rincorrere un’idea di elitaria ricchezza è qualcosa che corrompe le pagine social rischiando di creare il vuoto nei rapporti tra esseri umani fatti di carne e ossa.

È una gara fastidiosa ed inutile: senza dimensione, senza anima, senza arte.

Ed è anche ben lontana dalle aspirazioni di uno stilista che liberò la donna dalle sue catene imposte dalla società.

Nel 1993, la maison fu venduta ad una casa farmaceutica, per consacrarsi successivamente a Gucci nel 1999 attraverso una collezione pret-a-porter che il brand commissionò a Tom Ford lasciando a Yves Saint Laurent il compito di curare l’alta moda.
E così fu fino al suo abbandono nel 2002, a causa di precarie condizioni psicologiche e di salute.

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Il marchio è a tutt’oggi un mix di successo tra l’anima di Gucci e un retrogusto piacevolmente rock.

Grandioso, ci mancherebbe. Come direbbe mia nonna: “se deve andare male che vada sempre così” .

Yves Saint Laurent se n’è andato da questo mondo. E con lui se n’è oramai andato anche il suo fedele compagno Bergè. Ma qualcosa di loro ancora riecheggia tra i corridoi storici della maison.

È l’operosità silenziosa di un uomo al limite della misantropia, che controlla e ricontrolla orli, particolari e dettagli attraverso le lenti dei suoi famosissimi occhiali.

È la cura, l’arte, l’anima.

È la gioia che si prova a tenere un vestito caldo di cucitura tra le mani.

Perché Yves Saint Laurent non fu solo un sarto, ma “un fabbricante di felicità”.

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