Timothée Chalamet, il nuovo dandy

Dandy nel 2020: la nuova mascolinità ha il volto angelico di Timothée Chalamet

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Timothée Chalamet in Ackermann al 76esimo Festival del Cinema di Venezia (Photo: Maria Laura Antonelli/AGF/Shutterstock)

Un nuovo dandismo

“Le persone comuni aspettano che la vita mostri loro i suoi segreti, ma ai pochi, agli eletti, i misteri vengono annunciati prima che il velo sia tolto. Talvolta è effetto dell’arte, e soprattutto della letteratura, che è la più vicina alle passioni e all’intelletto. Ma, di quando in quando, una personalità complessa prende il posto dell’arte e ne assume i compiti.“

(da “Il ritratto di Dorian Grey” di Oscar Wilde)

Ci fu un’epoca della storia in cui il progresso esasperato, la velocità e un utilitarismo sfrenato portarono alcune persone a volersi distinguere in modo piuttosto netto dalla massa assumendo un codice di abbigliamento che portava il volto della nostalgia, dell’eleganza esasperata e di un acceso individualismo.

Era ieri?

No, era l’Ottocento e questa forma di ribellione artistica estremamente accentuata nel campo della moda venne definita “Dandismo”.
Un movimento avviato da George Bryan Brummell, che il famoso poeta Lord Byron fuse poi in seguito con un Romanticismo sfrontato ed eccentrico sia nelle vesti che nei modi.

Ora, nel 2020, possiamo udire chiaramente l’eco di un’epoca ottocentesca che assomiglia paurosamente alla nostra: non stiamo forse vivendo in modo accelerato, a volte superficiale e consumistico? Non siamo forse omologati in un modus vivendi che ci impone a tratti di diventare fotocopia di chi in quel momento “influenza” la massa?

Ecco che in questa similitudine tra le epoche nasce lui: Timothée Chalamet, classe ’95, attore franco-statunitense con un’indagine estetica personale più vicina ad un movimento culturale che ad una mera esposizione modaiola.

Capelli morbidi le cui punte accarezzano le spalle esattamente come un putto del ‘600, lineamenti raffinati e viso accogliente che rifiuta la ruvidezza propria di un uomo condito di testosterone.

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Timothée Chalament nella pellicola “Call me by your name” di Luca Guadagnino (Photo: Shutterstock)

Outfit stupefacenti, eleganti fino all’esasperazione, che si rifanno ad una coscienza della ricerca un po’ più femminile di quanto ci aspetteremmo da un’icona della moda.

Basta guardarlo nel suo completo grigio satinato del designer franco-colombiano Haider Ackermann, che l’attore ha personalizzato con risvolti alle caviglie e texani neri in evidenza.
Ma lo ricordiamo anche con la pettorina futuristica dal taglio prezioso firmata Louis Vuitton, subito diventata iconica, oppure avvolto dalla salopette in denim su camicia (entrambe “acid-wash”) dell’artista Sterling Ruby e, non in ultimo, con il vestito di velluto total pink firmato Thom Browne.

L’alba di una nuova mascolinità?

La sua personalità, più contaminante che passivamente alla moda, pare aver soppiantato (o erudito?) modelli di riferimento evergreen quali Brad Pitt, Keanu Reeves e David Beckhman.

Ma se invece di emergere tra le moltitudini, le sue scelte stilistiche fossero anche espressione di un cambiamento che sta avvenendo tra gli uomini di questa epoca? 

Brad Pitt afferma di aver ritrovato la sua capacità di piangere, Keanu Reeves rinuncia al suo alone di irraggiungibile e si mostra a favore di camera mano nella mano con la sua compagna di infanzia e poi David Beckham. Beckham faccio fatica a catalogarlo; per quanto mi sforzi di valutarlo, nei suoi cambiamenti continuo ad immaginarmelo sorridente e in mutande.

Se stessimo assistendo alla risposta ad un bisogno esistenziale di mediare tra la velocità di una vita vorticosa e soffocante?
Magari ammorbidendo gli abiti di un vezzo artistico che vuol toccare la psicologia del maschio tipicamente “macho” per rimpiazzarlo con una persona più accogliente, individualista e preziosa?

Chi tra noi non vorrebbe un compagno attento, sorridente, sensibile, ma sempre vestito con ricercatezza?

Chi non si scioglierebbe davanti ad un viso capace di sorridere con occhi intelligenti, incorniciati da boccoli luminosi?

Se l’attore di “Piccole Donne” appartenesse ad un’altra epoca e fosse rinato nel nostro presente per diventare il Lord Byron di un nuovo Romanticismo?

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Timothée Chalamet nella pellicola “Piccole Donne” di Greta Gerwig (Photo: Sony Pictures)

Tu credi nella reincarnazione?

Io non so a cosa credere, ma certamente mi interrogo sul fatto che cambiamenti così evidenti possano essere espressione di un’esigenza di pensare in modo diverso al maschio così come lo abbiamo sempre conosciuto.

Mi incuriosiscono i corsi e ricorsi della storia e penso davvero che nulla accada per puro caso.

Sarei felice per le mie figlie se si andasse verso un futuro la cui forza dell’uomo viene misurata attraverso la sua capacità di rispettare -e anche esprimere- la sua parte femminile.

Questo perché gli uomini più forti che io abbia mai conosciuto in vita hanno da sempre un dialogo interno aperto con la loro sensibilità, una caratteristica che non li fa apparire incerti, ma anzi coscienti e consapevoli.

Ho la sensazione che Timothée Chalamet possa custodire, nella sua capacità di saper osare, anche la forza di rappresentare un esempio per chi ha difficoltà a riconoscersi in un essere umano a 360° fatto di tante sfaccettature e mille diversi colori.

E forse, chiudendo con una citazione del suo predecessore Lord Byron:

“Quelli che non vogliono ragionare sono bigotti, quelli che non possono sono degli sciocchi e quelli che non osano sono degli schiavi.” 

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