La nuova alba della green fashion

Come il Coronavirus potrebbe promuovere una moda più green e sostenibile

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Un uomo in mascherina cammina davanti a un negozio chiuso durante il lockdown imposto dalla pandemia (Photo: Getty Images)

Cosa significa davvero “sostenibilità”?

C’è un significato universale di questa parola, o si tratta piuttosto di uno stato d’animo?

Sembra lo scopriremo presto, in un futuro molto vicino.

La pandemia di Coronavirus ora in corso sembra giocare un ruolo fondamentale in questa scoperta, una nuova alba che ci aspetta e che ci fa un po’ paura.

Ora, che viviamo un momento di isolamento straordinario e mai vissuto prima, stiamo comprendendo a piccoli passi che oltre ai nostri bisogni di base ci siano davvero poche cose reputate al 100% essenziali per vivere.

Acqua, aria da respirare, cibo da mangiare e il supporto e la vicinanza delle persone che amiamo: elementi che cancellano tutto il resto, che solo ora riscopriamo essere in fondo un po’ eccessivo e talvolta superfluo.

Se è vero che la sostenibilità è una filosofia e non una moda, potrebbe essere proprio il settore del fashion quello che uscirà più stravolto dalla nascita di una mentalità nuova, forgiata da mesi di social distancing e ridimensionamento del proprio ruolo e peso nel mondo.

In questi giorni, da soli nelle nostre case e con molto insolito tempo libero tra le mani, potrebbe esserci capitato di trovarci affacciati alla finestra, su una città vuota che non riconosciamo, chiedendoci: ma com’era prima?

Sì perché quando le priorità cambiano così drasticamente e così velocemente, si scava in profondità più spesso, consci sempre di più che non si potrà uscire da una bufera simile senza essere almeno in parte cambiati nel profondo.

Cos’è ciò che prima era semplice e consueto shopping del sabato pomeriggio, in un momento storico in cui nemmeno vedere i propri cari è una cosa fattibile?

Cosa vorrà per sé e per il mondo intorno, il consumatore post-Coronavirus?

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Un driver delle consegne a domicilio lavora nella città in lockdown totale (Photo: Getty Images)

A settimane di distanza dal decreto che ha imposto la chiusura di tutte le attività produttive non essenziali, è chiaro che il sistema moda uscirà da questa situazione stravolto.
Situazioni straordinarie impongono straordinari comportamenti: i grandi della moda Made in Italy sembra abbiano lavorato alla proposta di un fermo comune nella produzione delle collezioni Primavera/Estate 20.
Le rimanenze attualmente invendibili causa lockdown determinano per forza un calo in picchiata delle vendite e questa proposta potrebbe aiutare le aziende a prendere respiro in una fase così incerta.

Ma parlando di rimanenze, l’idea più originale per ridurre il gravoso problema dello smaltimento nel settore tessile sembra essere la possibilità di riproporre la P/E 20 come la P/E 21.
Buona idea o azzardo?
Forse non c’è mai stato un momento propizio come questo, per poter provare la strada dell’anti-spreco ormai diffusa dai brand più attenti all’ambiente.

L’emergenza virus arriva nel pieno di un periodo in cui la sostenibilità era da tempo sempre più al centro della scena, contrapposta ad una moda satura da numeri elevatissimi di collezioni, capsule collection e nuovi lanci di brand.
Il loro scopo? Sempre uno solo: provare ad accontentare i desideri della più ampia fetta di pubblico possibile, ignorando però la ricaduta di tutto ciò sui piccoli brand, che dal canto loro soffocano e svaniscono tra richieste troppo pressanti e burocrazia di produzione arretrata.

Li Edelkoort riflette su questo ed esorta a vedere il lato “positivo” della pandemia.
L’esperta di previsioni tendenze spiega a Business of Fashion che il Coronavirus rallenterà tutto, imponendo un’epocale e radicale battuta d’arresto ai ritmi frenetici del settore moda e del mondo in generale.

Quasi come se il Pianeta Terra, sul quale tutti viviamo ogni giorno a volte in modo così poco consapevole e coscienzioso, stesse reagendo tornando a respirare e rallentare.

Questi mesi di quarantena forzata dovranno portare i pensieri che ne sono scaturiti a diventare realtà: i brand che vorranno sopravvivere e ritagliarsi un posto in un mercato completamente stravolto, dovranno reinventare la loro filiera produttiva, rivedere le priorità, investire su trasparenza e sostenibilità prima di tutto per gestire una nuova forma mentis da “less is more”.

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I filati Clarus di National Fiber Welding contengono il 50% di cotone riciclato e il 50% di cotone vergine senza plastica. (Photo: Vogue)

Per lo speciale report The State of Fashion 2020, Business of Fashion e McKinsey hanno analizzato i loro dati per offrire una panoramica su ciò che potrà essere la “nuova normalità” da qui a un anno.

Analizziamo i punti fondamentali della ricerca:

  • ISTINTO DI SOPRAVVIVENZA: le aziende che sopravviveranno alla crisi, lo faranno solo grazie a interventi coraggiosi e veloci, atti a stabilizzare il proprio core business e adattare i loro modelli operativi.
  • MENTALITÀ DELLO SCONTO: l’anti-consumismo sarà la nuova bandiera che si opporrà all’accumulo dilagante della cultura dello shopping pre-virus. I consumatori ricercheranno canali d’acquisto che permetteranno loro un ingente risparmio e i brand, dal canto loro, dovranno rispondere ripensando la propria mission e riconquistando un pubblico fortemente provato e disilluso.
  • ESCALATION DIGITALE: il distanziamento sociale ha evidenziato al massimo l’importanza dei canali virtuali, che diventeranno l’ambito prioritario per ogni brand di moda che vorrà stare al passo coi tempi nuovi. Si dovrò dunque spingere sull’avanguardia digitale, per rispondere a un cliente sempre più abile e veloce nel cercare e acquistare i beni su social ed e-commerce.
  • SHAKEOUT DARWINIANO: la frase “adattati o muori” sarà il mantra che scremerà i brand che ce la faranno da quelli che, purtroppo, soccomberanno alla nuova realtà. Per garantirsi un futuro, le aziende dovranno sentirsi incoraggiate a ripensare i loro piani, adattandosi al nuovo mercato, identificando i partner e creano stabilità.
  • INNOVAZIONE IMPERATIVA: l’avanzamento tecnologico e l’innovazione non saranno più solamente un’opzione, ma un imperativo. Per mitigare l’impatto devastante della pandemia, le aziende dovranno introdurre nuovi strumenti e strategie su tutta la loro catena: social distancing e quarantena hanno aperto le porte a sfilate virtuali, showroom digitali e livestream che fino a poco tempo fa erano appena immaginabili. E i brand non potranno permettersi di ignorarlo.

Se il Coronavirus spaventa e sembra non segnalare, per il momento, una netta remissione nel nostro paese, è certo che porterà però con sé anche cambiamenti potenzialmente positivi.

Positivi se, da consumatori più interessati al bene comune e rafforzati da un’esperienza così sconvolgente, sapremo cogliere i segnali che forse il nostro pianeta ci sta lanciando.
Uno stop globale e imperativo, che ci obbliga a convivere con il minimo indispensabile scartando il superfluo, potrebbe segnare una svolta nel modo in cui viviamo e compriamo.

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Una manifestazione per la sostenibilità e la tutela del pianeta.

La pandemia ci ha colto impreparati e disarmati, dimostrando una volta per tutte l’importanza della resilienza: quella capacità dei sistemi umani di anticipare, far fronte e adattarsi, fondamentale anche per il modo in cui il mondo risponde ai cambiamenti climatici, dove ulteriori aumenti di temperatura sono ormai quasi certi.

I governi di tutto il mondo stanno correndo per attuare stimoli economici e sostenere le imprese, ma, nel farlo, è importante garantire che queste misure aprano la strada a un’economia più sostenibile e che le altre conseguenze del Coronavirus non ci rendano ulteriormente ciechi alle problematiche ambientali devastanti che il nostro pianeta vive. Anzi, con una disoccupazione alta e i tassi d’interesse bassi, è questo il momento per provare ad investire su energie pulite e risorse più green.

La pandemia Covid-19 è uno shock globale senza precedenti, che ha ingigantito agli occhi di tutti l’impatto della disuguaglianza, che penalizza e colpisce sempre i più poveri. A lungo termine, dobbiamo fare tesoro di questo insegnamento e raddoppiare gli sforzi per promuovere sistemi economici sostenibili, compresi il commercio equo e gli investimenti.

Non la morte del settore moda, dunque, ma un settore moda che cambia e eleva alla massima espressione quella sostenibilità che già da anni era presente nelle agende dei fashion player più innovativi e intuitivi del mondo.
C’è forte bisogno di tutelare le nostre risorse, quelle che il pianeta ci offre, e ricominciare a piccoli passi verso un futuro che faccia un po’ meno paura.

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