Giorgio Armani, un vero re

L’essenziale è visibile agli occhi: la moda di Giorgio Armani in cerca della semplicità

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Un giovane Giorgio Armani mentre disegna (Photo: Getty Images)

“Come un antipasto che arriva in ritardo”.
Questa la bizzarra scelta di parole con cui uno dei più immensi big della moda ama definirsi.

Di chi stiamo parlando?
Di lui: Giorgio Armani. O, per la sua Milano e per il giro della moda, “Re Giorgio”.

Una definizione che parla di un creativo da sempre in lotta contro il tempo (che non ha mai giocato dalla sua parte) e che vede nel commento “senza tempo” la più alta forma di complimento che si possa ricevere.

Alla soglia degli 86 anni, che compirà il prossimo 11 luglio, Giorgio Armani è tra le figure più iconiche ed influenti del settore moda: un creativo poliedrico, passato da una vocazione per la medicina a un futuro da vetrinista e infine al successo come stilista, capace di costruire un impero che perdura da quasi 50 anni.

Al centro della sua vita, una carriera che ha puntato tutto sulla fiducia in se stessi, su un pensiero originale che vada oltre le tendenze del momento.
Il suo valore principe, la “semplicità”, sembra cozzare con quella moda che ostenta, o che punta a scioccare cambiando come cambia il vento, e si pone invece come faro nelle notte per coloro che in ciò che indossano ricercano principalmente l’essenzialità.

Un’essenzialità che sembra andare di pari passo con ciò che ha sempre ossessionato lo stilista: il perfezionismo. Una fissazione che lo accompagna sin dal 1975, quando ha lanciato il suo marchio con l’obiettivo finale di decostruire l’abbigliamento maschile e togliere rigidità alla moda uomo.

Da lì, il primo colpo da maestro: la giacca destrutturata, un capo che diventa elemento di rottura attraverso spalle ammorbidite, bottoni spostati e nuove proporzioni.

È facile intuire l’origine di questo suo desiderio di scardinamento delle strutture: la sua infanzia.
Armani nasce nel 1934, al culmine della dittatura di Mussolini, e vive così i suoi primi anni di vita in un contesto di guerra dove le uniformi erano sotto ai suoi occhi ogni singolo giorno.

E se fosse nato proprio lì, in tenera età, il suo desiderio di nuove forme e morbidezza?

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Alessandra Carlsson, Beri Smither e Harue Miyamoto nel 1989 per Emporio Armani Magazine (Photo: Peter Lindbergh)

Dopo la scuola dell’obbligo si iscrive all’Università di Medicina di Piacenza, facoltà che lascerà poco dopo per via dei due anni di addestramento militare allora obbligatori -e senza mai tornare indietro.
Infatti, il suo forte desiderio di lavorare e rendersi indipendente dalla famiglia in difficoltà economiche, lo porta a iniziare proprio in quegli anni a scrivere la sua storia come apprendista (in seguito vetrinista) presso la Rinascente di Milano.

Il luogo e il momento sono in sintonia e creano la tempesta perfetta: nel 1961 viene notato dall’imprenditore e stilista Nino Cerutti, che lo assume come designer per la sua nuova linea “Hitman”.

Negli anni ’70 conosce quello che sarà per molti anni il suo compagno di vita, nonché manager: Sergio Galletti. Il loro incontro sembra frutto del destino: nel 1975 fondano insieme (con un capitale sociale di 10 milioni di lire) l’azienda Armani S.p.a., ponendo così i primi mattoni di quella che di lì a poco sarebbe diventata un’istituzione nel mondo fashion.

Galletti viene a mancare improvvisamente nel 1985, dieci anni dopo il lancio della prima collezione del marchio, ma ciò che lascia allo stilista è grande: fu lui a dargli la spinta iniziale per intraprendere la carriera da libero professionista, una spinta che fu basilare per dare il via agli enormi successi del brand Armani.

Dopo la morte del suo compagno Sergio, Armani vive anni di sconforto e di fatica, anni in cui si trovava spesso solo nella sua fabbrica, alle 11 di sera, circondato da migliaia di metri di stoffa e senza più nessun partner con cui condividere sogni e successi.

Ma il Re della moda si è rialzato ed ha iniziato la sua inarrestabile carriera: nel 1979 vince il Neiman Marcus Award a New York e negli stessi giorni viene organizzato da Saks Fifth Avenue un trunk show della sua collezione, evento che inizia a far circolare il suo nome nel settore internazionale.

Il resto -come si su0l dire- è storia.

A partire dal suo pezzo forte, la giacca, conquista l’immortalità nel panorama fashion grazie a uno stile ispirato ai film in bianco e nero e allo stile dell’America anni ’20 e ’30.
Sulle sue passerelle spiccano i suoi amati colori freddi (gli stessi che contraddistinguono anche il suo guardaroba), come per esempio il blu, chiamato ora “blu Armani” e presente in ogni collezione, oppure il cosiddetto “greige”, una tinta da lui inventata che si pone a cavallo tra il grigio chiaro e il beige.

Altra grande ispirazione per Armani è la cultura orientale, come si può notare dalle sempre presenti camicie dal collo alla coreana e i cappotti simili a djellaba (una tunica tradizionale di origine marocchina) lanciati nel 1990.
Anno in cui esce al cinema la pellicola “Té nel deserto” di Bernardo Bertolucci, nella quale John Malkovich si trasforma nel perfetto uomo Armani indossando le sue camicie di lino a righe, pantaloni morbidi e sahariane.

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Armai ha creato per il film “The Wolf of Wall Street” abiti ispirati al power dressing degli anni ’90 (Photo: Studio Lucherini Pignatelli)

È infatti in quegli anni che il suo estro creativo trascende la moda e si mescola indissolubilmente con la magia del cinema, arte che lui stesso definisce “una passione, un rito e una miniera di idee.”

Sono numerosi i personaggi a cui Giorgio Armani ha dato carattere e stile coi suoi abiti: il Batman vestito di gessati e interpretato da Christian Bale ne “Il cavaliere Oscuro”, oppure l’eccentrico e sopra le righe Jordan Belfort, broker newyorkese senza scrupoli interpretato da Di Caprio nel film “The Wolf of Wall Street” e contraddistinto da cravatte fantasia in contrasto con rigorosi doppiopetto.

L’impero di Giorgio Armani si estende sempre di più, si amplia e guadagna terreno in altri campi: ci sono ristoranti, hotel, resort, oltre al progetto Armani/Casa Interior Design Studio, responsabile di una serie di progetti di grande successo (come l’Armani Hotel di Dubai e varie offerte residenziali in città come Miami, Londra e Istanbul).

Sotto la supervisione dello stilista, lo studio sviluppa soluzioni creative in linea col contesto geografico e culturale in cui sono immerse, sottolineando l’amore di Armani per il mondo del design -un mondo che, per lui, viaggia a pari passo con la moda.

Un amore che si nota anche con una visita all’Armani Silos, il museo milanese fondato dallo stilista che racchiude una retrospettiva di ben 600 abiti immersi in un contesto architettonico sobrio e al contempo monumentale che richiama il colore grigio e i concetti base di ordine e rigore.

Ad oggi, Giorgio Armani è uno degli uomini più ricchi d’Italia, una figura solida e amata che da sempre si fa rispettare per la sua creatività fedele a se stessa e per la classe con la quale porta avanti il suo impero e le sue idee.

Sì perché il mondo della moda non è solo numeri e lusso, ma è anche fatto di persone che -con la loro esposizione mediatica e il loro potere economico- possono incarnare concetti di solidarietà e renderli realtà nei momenti del bisogno.

È questo ciò che è successo negli ultimi mesi. Mesi in cui Armani si è esposto in prima linea con gesti di solidarietà per combattere la battaglia di tutti contro il Coronavirus.
Lo stilista è stato infatti tra i primi a cogliere la gravità della situazione, dapprima chiudendo le porte della sua attesissima sfilata milanese alla Fashion Week di febbraio, e in seguito annullando un evento del brand previsto per inizio marzo a Dubai.

Ma Re Giorgio non si è fermato lì. Anzi.

L’8 marzo, a pandemia dilagante, stupisce l’Italia intera donando 1 milione e 250mila euro agli Ospedali Sacco, San Raffaele e Istituto dei Tumori di Milano, oltre che allo Spallanzani di Roma e alla Protezione Civile.

Due giorni dopo, da vero leader, rivolge il pensiero ai suoi dipendenti e, per metterli al sicuro dal rischio di contagio, sceglie di chiudere tutti i suoi negozi, i ristoranti e gli hotel.

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Giorgio Armani on stage con una modella al termine della sfilata Autunno Inverno 2019/2020 (Photo: iODonna)

A fine marzo è sempre sua la decisione di riconvertire tutti i suoi stabilimenti produttivi nella produzione di camici monouso, destinati agli operatori sanitari impegnati giorno e notte in prima linea contro il Coronavirus.

Dimostrazioni concrete e tangibili di ciò che la moda dovrebbe rappresentare e che dovrà, secondo lo stilista, rappresentare ancora di più nei prossimi difficili mesi: un universo più umano, più vicino alle persone, non orientato allo strafare o al lusso ad ogni costo, ma anzi ad un ritorno a tempistiche rilassate più congeniali alla creatività.

Giorgio Armani sembra essere la perfetta sintesi di successo e realismo: una figura carismatica ma mai eccessiva, sempre coerente con se stessa, che, seppur nell’Olimpo più sacro e inarrivabile della moda, riesce a comunicare con le persone e mantenersi umano.

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