Gucci Fest: capi in movimento

Gus Van Sant collabora con Gucci e nasce una mini-serie che presenta i capi in modo innovativo

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Il regista Gus Van Sant e il creative director di Gucci Alessandro Michele (Photo: Paige Powell)

La magia del cinema e l’incanto della moda: due mondi che si mescolano, uniti da un filo rosso che accresce il valore l’uno e dell’altro.

Una delle caratteristiche più affascinanti del cinema come arte è che ogni dettaglio (dalle inquadrature al set design) sappia comunicare un messaggio, fino a che tutti i dettagli riuniti creano l’identità di un personaggio e ne raccontano la storia.

Questo vale in special modo per il comparto del costume design: gli abiti di un personaggio sono un elemento silenzioso, ma che può rivelarci moltissimo di un personaggio e contribuisce a crearne l’estetica. Nel corso della storia del cinema sono stati moltissimi gli stilisti che si sono cimentati nel costume design, portando il proprio stile riconoscibile dalle passerelle allo schermo.

Esempi lodevoli sono Miuccia Prada e Giorgio Armani, che hanno creato costumi per film celebri e commerciali, ma ci sono state anche altre collaborazioni meno convenzionali (forse note ai più appassionati).

Il lavoro fatto dai designer per questi piccoli film (poi diventati di culto) si è incentrato spesso su un unico personaggio/attore, portando così a costruirne un immagine immediatamente riconoscibile anche per gli anni a venire. Un’identità chiara, ricca di personalità: un ritratto a tutto tondo di personaggi che rimangono per sempre nitidi nella nostra mente come vere icone di stile.

Alcuni esempi?
“Io sono l’Amore”, gioiello cinematografico diretto da Luca Guadagnino (prima di raggiungere la fama globale grazie al successo di “Chiamani col tuo nome”). Nel film, la protagonista Tilda Swinton incarna il mondo dell’alta borghesia italiana indossando raffinatissimi capi minimali firmati da Raf Simons -ai tempi creative director di Jil Sander.

Passando da un estremo all’altro, non si può non citare “Il Quinto Elemento”, film di Luc Besson del 1997. Si tratta forse di uno dei film di fantascienza più cult degli anni ’90, ma solo in pochi sanno che fu Jean-Paul Gaultier a disegnare tutti i costumi del film: dagli outfit tech di Bruce Willis, ai completi in gessato destrutturati indossati da Gary Oldman, fino al costume a strisce della stupenda Milla Jovovich.
Ma i pezzi più iconici del guardaroba del film sono stati riservati al personaggio di Chris Tucker, che rimane il più indimenticabile di tutti grazie ai suoi completi androgini dal leopardato fino al bianco e nero decorato da rose.

Insomma, gli esempi sono tanti. E se scaviamo nella nostra mente ci renderemo conto che anche noi abbiamo almeno un ricordo di un personaggio che ci ha colpito in particolare per il suo modo di vestire, le sue scelte azzardate e indimenticabili o il suo stile risoluto da provare a copiare per la nostra vita di tutti i giorni.

Con l’arrivo del Covid-19, che ha stravolto le nostre vite e tutti i settori lavorativi, la moda si è reinventata ancora una volta e il linguaggio filmico sembra essere quello più adatto per veicolare la creatività dei designer.

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Una scena tratta dalla mini-serie “Ouverture of something that never ended” (Photo: Gucci/Paige Powell)

Non più quindi solamente abiti da sogno che vestono le star dei nostri film preferiti e costruiscono atmosfere per sempre impresse nei nostri ricordi, ma collaborazioni che danno vita a qualcosa di diverso che mescola linguaggi e li trasforma in un nuovo modo di presentare le collezioni di moda.

In questo scenario in costante cambiamento, dove a causa della pandemia gli eventi sono ridotti all’osso e le interazioni sociali con essi, abbiamo potuto vedere una proliferazione di collaborazioni vincenti tra registi e designer, che si sono alleati con l’intento di trovare nuovi supporti adatti a presentare le collezioni mantenendo quel tocco di magia e fascino tipici delle sfilate.

Un esempio recente è quello della collaborazione tra il regista Matteo Garrone e Dior.
In occasione della Paris Fashion Week 2020 di luglio scorso, il direttore creativo della maison Maria Grazia Chiuri ha infatti scelto l’acclamato regista di “Gomorra” per presentare la sua collezione Autunno-Inverno 2020/2021 con un cortometraggio sognante dal titolo “La Mythe Dior”.

A confermare quanto moda e cinema siano un match vincente arriva ora anche Alessandro Michele, direttore creativo di Gucci, che rompe gli schemi e presenta la sua nuova collezione con una mini-serie di 7 episodi.

Il regista che lo affianca in questa avventura? Un nome altisonante: Gus Van Sant, regista americano che nel corso della sua carriera ci ha regalato film indimenticabili come “Elephant” (vincitore al Festival di Cannes nel 2003), “Drugstore Cowboy” e “Will Hunting”.

Ma il film che ha fatto propendere Alessandro Michele per questa collaborazione è “My own private Idaho” (“Belli e dannati” il titolo italiano), pellicola che il designer ha definito in un’intervista “liberatorio” e fondamentale nel suo percorso alla scoperta di sé stesso e verso la definizione della sua personalità.

Il progetto digitale nasce dal desiderio del designer di abbandonare gli schemi classici della moda (già messi a durissima prova dal Covid-19); così, dopo aver ufficialmente rinunciato alla stagionalità ed essersi ritirato dal tradizionale calendario delle sfilate, il brand Gucci punta ora sul digitale per presentare le nuove collezioni e proiettare la moda in una nuova dimensione divulgativa e di comunicazione.

Il frutto della collaborazione tra Alessandro Michele e Gus Van Sant prende il titolo di Ouverture of Something that Never Ended” e si inserisce all’interno del Gucci Fest: un innovativo festival che coniuga moda e cinema digitale in programma dal 16 al 22 novembre, attraverso il quale la maison farà evolvere ancora una volta il suo fashion storytelling e il modo di presentare i nuovi capi e accessori del brand.

Capi che saranno rigorosamente senza stagione, raccontati in maniera “strumentale” per essere funzionali a un altro tipo di narrativa, che mette al centro la settima arte e risponde a quegli interrogativi che si erano posti davanti allo stilista durante i mesi del lockdown.

È una narrazione che mette al centro l’umano: il primo episodio, intitolato “At home” vede protagonista l’artista e performer Silvia Calderoni impegnata in una bizzarra routine mattutina nel suo appartamento, con una serie di gesti abitudinari interrotti dall’arrivo di un’ospite inaspettato.
Silvia svolge i suoi gesti quotidiani. Fa mangiare i pesci rossi, si lava i denti, indossa un abito, sistema il letto e va a ritirare la posta. Poi si perde ascoltando ciò che passa alla tv: un discorso di Paul B. Preciado, scrittore e attivista spagnolo che rappresenta una tra le voci più influenti della teoria di genere e che, con la sua voce, solleva nel corto di Van Sant tematiche importanti per Gucci e centrali per le comunità queer, trans e genderless.

Ad un tratto però Silvia compie un gesto particolare e dà vita alla scena emblematica. Da una sedia del salotto, prende un abito e lo getta dal balcone. È un abito della prima collezione di Alessandro Michele, (A/I 2015), un vestito che (insieme ad altri) è parte integrante della collezione “Ouverture”: una parola perfetta per segnare il nuovo inizio di qualcosa che non è mai davvero giunto al termine.

A sottolineare il momento con enfasi è il pezzo “Therefore I Am” di Billie Eilish, una dei tanti artisti che Alessandro Michele ha voluto chiamare a sé per realizzare il progetto.
Le guest star che si susseguiranno negli episodi sono infatti tantissime: Achille Bonito Oliva, Darius Khonsary, Jeremy O. Harris, Ariana Papademetropoulos, Harry Styles, Florence Welch e altri ancora sono i personaggi che la protagonista incontrerà nel suo percorso sullo sfondo delle strade di Roma.

Ma non è finita qui.
Oltre agli episodi della mini-serie (uno al giorno dal 16 al 22 novembre), durante il festival saranno presentati anche altri progetti cinematografici incentrati sul mondo del fashion e rivolti a presentare il lavoro di alcuni talentuosi designer emergenti selezionati da Michele stesso.

Shanel Campbell, Charles De Vilmorin e Bianca Saunders sono solo alcuni dei nomi che potremo imparare a conoscere grazie al Gucci Fest, un evento innovativo a 360 gradi che ci dà la possibilità di vedere in capi “in azione” sotto ai nostri occhi, indossati non più sulla consueta passerella ma addosso ad attori in movimento.

Come seguire il festival? Le piattaforme sono tantissime: il Gucci Fest sarà infatti trasmesso su YouTube Fashion, Weibo, Gucci YouTube e, ovviamente, sul sito apposito www.guccifest.com.

Un nuovo modo di narrare le collezioni moda, slegato dagli schemi rigidi delle Fashion Week e più vicino alla vocazione espressiva che connota da sempre Alessandro Michele.
In questo momento dove gli eventi moda così come li conoscevamo smettono di esistere, prende forma una nuova dimensione in cui cinema e fashion industry si fondono per rispecchiare di più la vita quotidiana, regalandoci un’esperienza visiva che sa rapirci al pari delle più esclusive sfilate.

 

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