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Leisurewear is the new black

I pigiami non sono quello che sembrano: l’ascesa del leisurewear in pandemia

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Se c’è una cosa che abbiamo imparato, nei duri e lunghi mesi di lockdown nazionale, è il valore della comodità.

La comodità di ordinare una cena gourmet e poterla ricevere direttamente calda alla propria porta di casa. La comodità del proprio divano, quello che, nelle nostre giornate passate quasi interamente fuori casa a correre tra mille impegni, ignoravamo sistematicamente. Oppure la comodità dello smart working, un mondo che anche i più legati alla propria scrivania in ufficio stanno ora imparando a conoscere, magari scoprendo con sorpresa i lati positivi di lavorare nel proprio habitat.

Ma non solo.
La comodità è anche (e forse soprattutto) sentirsi bene con ciò che indossiamo, accoccolati in qualcosa di confortevole e avvolti da un tessuto soffice.

E se la comodità era prima relegata ai giorni liberi o alla sera, momento in cui si rientra a casa e ci si può finalmente liberare degli scomodi capi “da ufficio” per infilarsi in qualcosa di confortevole, cosa succede se gli schemi delle nostre giornate vengono stravolti?

La pandemia ha scombinato le carte di luoghi, orari, consuetudini. Ha portato scompiglio nella nostra organizzazione quotidiana, di fatto scardinando quelle che prima erano delle regole auto imposte, norme che ognuno di noi fa proprie senza nemmeno rendersene conto.

E così nasce una domanda: se le ore che prima trascorrevo in ufficio coi colleghi adesso le passo dove nessuno mi vede, seduta al computer tra le mura delle mia casa, c’è davvero bisogno di un abbigliamento adatto?

È infatti sempre stata consuetudine associare un abito a una determinata situazione.
Lo smoking, per esempio, capo di abbigliamento maschile elegante che tutti conosciamo, deve il suo nome al fatto che gli uomini indossassero questo tipo di giacca proprio quando si riunivano a fumare nelle apposite “smoking room” (ad esempio in occasione di feste ed eventi mondani).

Nelle classi sociali più elevate c’è sempre stata la consuetudine del cambio d’abito a seconda dei diversi momenti della giornata, mentre anche nei ceti sociali più bassi tutti tenevano nell’armadio “l’abito della festa”: il capo più prezioso del guardaroba, conservato con cura per essere utilizzato la domenica in chiesa o nelle occasioni più importanti.

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(Photo: Kinvitadas)

Nonostante le sue radici antiche, l’abitudine del cambiarsi d’abito in base alle diverse occasioni è riuscita a superare il secondo millennio. Infatti, fino allo scorso decennio, si è sempre continuato a distinguere tra abbigliamento per andare a lavoro, per il tempo libero, per la sera e per le occasioni formali.

A perdurare era anche inoltre una sostanziale differenza tra abbigliamento invernale e abbigliamento estivo, consuetudine ora completamente scardinata dalle sfilate cosiddette “seasonless” che hanno eliminato il concetto di cambio di stagione dal mindset (e dal guardaroba) dei Millenials.

Il dress code sembra ad oggi essere prerogativa di pochi settori (come quello finanziario, regno del classico completo serioso e sobrio), mentre il generale calo della differenziazione dell’abbigliamento in base all’occasioni ha portato a una progressiva standardizzazione e semplificazione degli abiti -che ora si omologano tra un negozio e l’altro finendo con l’assomigliarsi sempre di più.

L’ascesa dello streetwear, passato con un balzo dalle strade alle passerelle, ha contribuito ulteriormente ad apportare semplificazione nello stile del quotidiano e ha modificato la percezione di ciò che prima era relegato solo a un determinato mondo o a un’occasione specifica.

Dallo streetwear al leisurewear (l’abbigliamento comodo, convenzionalmente ritenuto “da casa”) il passo è breve e la pandemia sembra aver accelerato al massimo la sua ascesa.

Diciamoci la verità: salvo che per le videochiamate di lavoro su Zoom, la quarantena ha spinto quasi tutti a vestirsi senza pensare troppo alla moda o agli abbinamenti. E ora, in piena seconda ondata, ci si domanda se questa tendenza proseguirà anche dopo la pandemia, con un’eventuale standardizzazione delle linee e dei modelli ancora più rimarcata.

A inizio lockdown c’è stato un visibile stravolgimento nel marketing, che ha eliminato le inserzioni dalle riviste cartacee e la cartellonistica, per far largo ai social media e a newsletter in cui tutto puntava all’unica tipologia di prodotto che potrebbe essere acquistata in periodo di reclusione: l’abbigliamento da casa.

Gli hashtag #iorestoacasa e i magazine online pieni di consigli su come vestirsi per affrontare lo smart working hanno invaso le nostre giornate casalinghe, mentre i marchi (dal lusso alla fast fashion) hanno virato la loro comunicazione in tal senso.

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Un pigiama che diventa chic grazie alle piume, dalla collezione Sleeper A/I 2020 (Photo: Sleeper)

In un’intervista a Wwd, un rappresentante di Net-a-Porter ha dichiarato che il sito ha registrato un aumento del 40% nelle vendite generali di pantaloni della tuta nella prima settimana di blocco anti Coronavirus.

Anche la piattaforma e-commerce Farfetch ha confermato un aumento nell’interesse: il desiderio del consumatore nei confronti del leisurewear (e dell’activewear, anch’esso molto forte grazie al trend degli allenamenti da casa) non ha mai registrato livelli così alti e la tuta da ginnastica sta vivendo una vera e propria rinascita, con interpretazioni di tutti i tipi da parte di grandi e piccoli brand

A primavera, la quarantena ci ha colti alla sorpresa. Un’esperienza alla quale nessuno era preparato, che nessuno aveva vissuto, nella quale lo smart working era qualcosa di nuovo che in quanto tale poteva incuriosire e rivelare i suo lati positivi.

Ma cosa succede ora, in questa seconda ondata che spaventa più della prima e che ci trova più stanchi e provati? Avremo ancora voglia della solita tuta?

I brand evolvono e si preparano a offrire ai propri consumatori capi che non siano più solamente comodi, ma anche ricercati e di tendenza, per sottolineare che la quarantena non dovrebbe implicare un progressivo lasciarsi andare né una virata verso capi vecchi o dimessi.

Negli ultimi mesi, infatti, ogni brand (compresi i più sofisticati e insospettabili) ha aggiunto alla propria offerta la categoria loungewear, offrendo prodotti che non si limitano più ai semplici pigiami: i modelli di oggi hanno design minimalisti, sofisticati, linee pulite, colori neutri e soprattutto puntano tutto ai materiali di alta qualità, con un occhio di riguardo verso la sostenibilità.

Un caso meritevole è quello del brand Pangaia. Letteralmente esploso sui social, il marchio è apparso più volte indosso a Chiara Ferragni, la quale dopo la quarantena non lo ha di certo abbandonato. Anzi. Finiti i tempi della reclusione, quelle stesse felpe e pantaloni sono stati abbinati a borse firmate e gioielli, per trasformarli e adattarli a una vita che va ben oltre le pareti domestiche.

Molto interessante anche il brand ucraino Sleeper, che sdogana ufficialmente il pigiama dal perimetro della sola camera da letto. I pigiami del brand sono infatti pensati per essere indossati non solo fuori dal letto, ma anche fuori casa: sono capi chic, connotati da tessuti eleganti e arricchiti da dettagli totalmente nuovi al mondo del loungewear.
Un esempio sopra le righe? Il pigiama con le piume staccabili (indossato anche da Lena Dunham e Millie Bobby Brown): pratico e versatile, capace di accompagnarci sia nelle nostre giornate in casa sia ad un aperitivo.

Ma spostandoci in patria, i buoni esempi non mancano di certo.
Uno è quello di Caramì, brand fiorentino 100% Made in Italy fondato da Carlotta e Camilla Castrucci, con l’intento di dare un taglio nuovo e ricercato a lingerie e sportswear.

La domanda di partenza è semplice: perché nascondere capi così belli? Con Caramì l’underwear diventa outerwear.

La lingerie è pensata per essere mostrata e abbinata a seconda delle diverse occasioni, il kimono può trasformarsi in un raffinato soprabito, il costume intero (double-face) diventa un body e il pigiama di seta è già da sé un outfit completo.

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Il brand italiano Caramì trasforma il loungewear e lo sportswear con ricercatezza nei materiali e nelle finiture (Photo: Caramì)

Ma c’è spazio anche per lo sportswear. Caramì propone infatti shorts perfetti per gli allenamenti oppure leggings, un vero must-have quando si tratta di comodità, che si tratti di stare rilassate sul divano o improvvisare una seduta di yoga online.

La parola chiave è una sola: versatilità.
Se i prossimi mesi ci appaiono incerti e il futuro ci fa paura, la cosa che ci rassicura è quella di poterci ritirare nella calma della nostra casa: il luogo dove coccolarci e sentirci a nostro agio in capi confortevoli che siano però al tempo stesso ricercati, capi che rispecchino gli alti standard del Made in Italy e nei quali sentirsi belle in ogni momento della giornata.

Guardando al futuro, a un ipotetico post-pandemia che adesso sembra così lontano da essere inimmaginabile, come torneremo alla realtà?

Saremo irrimediabilmente cambiati?
Forse, ormai dediti al culto dello #stayhome, non ci verrà più così automatico acquistare capi stravaganti, eccentrici, tacchi vertiginosi, abiti da occasioni speciali.
Forse, a segnare un ritorno alla normalità sarà un linguaggio più riflessivo, desideri più semplici che accompagnano la riscoperta del lusso delle piccole cose.

 

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