Perdersi nel blu

Il colore del 2020 è il Pantone 19-4052 Classic Blue: scopriamo la storia di una nuance magica

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Una ragazza osserva il dipinto “Bleu II” di Joan Mirò, facente parte di un trittico dedicato al colore blu (Photo: EFE)

“Tanto più scuro è l’azzurro tanto più esso attira l’uomo nell’infinito, risveglia in lui la nostalgia del puro e, in fin dei conti, del soprasensibile. È il colore del cielo come noi ce lo immaginiamo al suono della parola cielo.”

Così il pittore e padre dell’arte astratta Vasilij Kandinskij parlava del suo amato blu, il colore che per tutta la vita lo ha affascinato e che lo portò a fondare nel 1911 il movimento espressionista ad esso ispirato: “Der Blaue Reiter” (“Il Cavaliere Azzurro”).

Ma non è solo questo movimento artistico a sottolineare la potenza del blu e artisti come Kandinskij e Franz Marc non sono certamente gli unici intellettuali della storia ad essere rimasti colpiti dal suo fascino.

C’è infatti qualcosa di magico in questo colore.
Qualcosa di misterioso e inspiegabile che, nel corso dei secoli, gli ha riservato un ruolo importante in diversi frangenti e culture.

La sua storia è particolare e si discosta da quella di tutti gli altri colori.
Innanzitutto, il blu come colore è apparso tardivamente nel linguaggio usato dagli esseri umani; nell’evoluzione delle lingue, il rosso è arrivato sempre prima. Per esempio, esistono molte lingue che hanno una parola per “rosso” (“colore del sangue”) ma non per blu, mentre il caso contrario non esiste.

Avete mai sentito parlare di un “cielo blu” nell’Iliade o nell’Odissea? È semplicemente impossibile.
E quando Omero evoca il mare, lo fa paragonandolo al “color del vino”. Per gli antichi greci e gli antichi romani era un colore negativo, quello degli occhi dei barbari, non una tinta a sé stante ma una variazione di altri colori (come il bianco o il nero).

In greco “cyanos” era il colore della sofferenza, cianotico e pallido.
L’azzurro dei latini, il “coeruleus” (il ceruleo), viene dalla cera ed è una semplice variazione del bianco.
I Maya non distinguevano il blu dal verde e utilizzavano per definire questo mix una sola parola che lo identificava come “il colore dell’universo”, mentre in sanscrito esisteva un’unica parola per indicare il blu e il nero.

Ma, nonostante le sue origini un po’ complesse, il potere del blu inizia pian piano a farsi strada.

Nell’Antico Egitto, il blu (opposto al rosso) inizia infatti ad essere considerato il colore dell’introspezione e dell’infinito, mentre in Oriente veniva considerato un antidoto al malocchio.

Proprio agli Egizi si deve la creazione del cosiddetto “Blu Egizio” (o “Blu Egiziano”): il primo pigmento sintetico della storia. Prima di quel momento infatti, e fin in dall’alba della civiltà, la preparazione di pigmenti blu costituì un grosso problema: essendo il blu (come il rosso e il verde) uno dei tre colori primari nella sintesi additiva, si tratta di una gamma cromatica rara in natura e non ottenibile dalla miscela di tonalità diverse.

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Grazie a calce macinata mischiata con sabbia e un minerale (come azzurrite o malachite), gli antichi Egizi riuscirono a ottenere un particolare punto di blu opaco che veniva poi utilizzato in tutto il suo potere spirituale e divino per dipingere ceramiche, statue o le tombe dei faraoni.

Si dovette però attendere il VI secolo per vedere emergere il colore blu come un vero pigmento, e fu grazie ai dipinti buddisti in Afghanistan. È proprio là, in Afghanistan, sotto ad una catena montuosa unica al mondo, che si nasconde la pietra semi-preziosa destinata di lì a poco a diventare la più richiesta dal mondo dell’arte: il lapislazzuli.

Macinando queste pietre era possibile ottenere un punto di blu così brillante da essere definito nei trattati di pittura quattrocenteschi “il più perfetto dei colori”: è la nascita del “blu ultramarino”, meglio conosciuto come “Blu Oltremare”.

Importato a Venezia, cuore nevralgico d’Europa, dai commercianti italiani nel 14° e 15° secolo divenne presto il colore più richiesto dell’epoca medievale, con un prezzo che rivaleggiava addirittura con quello dell’oro.

È in questo periodo storico che il colore blu vive la sua svolta definitiva.
Secondo lo storico francese Michel Pastoureau, autore del saggio “Blu -Storia di un colore”, ciò che stravolge per sempre la storia di questo colore è il mantello della Vergine Maria.

Dapprima dipinto di bruno, violetto o bianco, il mantello con cui sono raffigurate le Madonne nei quadri religiosi si tinge di questo preziosissimo blu brillante e resistente.
Diventa così un colore iconografico, che simboleggia il divino e richiama alla calma, ma anche il colore dei reali di Francia e della moda: già dalla fine del Medioevo il Blu Oltremare diventa il colore per antonomasia, quello più nobile e ricercato.

Essendo così costoso, i grandi artisti dell’epoca (come Michelangelo e Raffaello) erano costretti a usarlo poco e con parsimonia; molti pittori si dovettero abbassare per esempio ad utilizzarne solo alcuni pigmenti, sulla base di un colore meno prezioso.
Molti, ma non Tiziano. Di lui si dice che non si abbassò mai a utilizzare nient’altro che non fosse il colore Blu Oltremare più puro.

Allo stesso modo, leggenda narra che il grande Michelangelo lasciò incompiuto il suo “Deposizione di Cristo nel sepolcro” proprio perché non aveva abbastanza soldi per comprare altro Blu Oltremare.

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Secondo il Pantone Color Institute, il 19-4052 Classic Blue è il colore del 2020: simbolo di speranza

È questo il colore che connota molte delle opere più importanti e imponenti che ancora oggi possiamo osservare. Questo “frammento della volta stellata del cielo” (come lo definì nel I secolo d. C. lo storico romano Plinio il Vecchio) tinge il cielo degli affreschi di Giotto alla Cappella degli Scrovegni e quello della Cappella Sistina affrescata da Michelangelo, opere inarrivabili che spiccano per la profondità e il realismo del colore blu ottenuto dai preziosi lapislazzuli.

Nel 1774 il blu vive un altro momento di svolta, che lo traghetta direttamente nel mondo della moda.
Con la pubblicazione del libro “I dolori del giovane Werther” di Goethe esplode la richiesta dei giovani di tutta Europa per “l’abito alla Werther”: la marsina blu che il protagonista del libro indossa quando incontra la sua amata Carlotta.

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A Goethe (che per primo era solito vestire di blu) si deve anche la “Teoria del colore”, saggio rivoluzionario nel quale l’autore si oppone alle teorie di Newton e contempla l’estetica e gli aspetti morali e psicologici dei colori.
Se secondo Newton la luce bianca è eterogenea e composta dai raggi dei singoli colori mentre il “buio” è semplice assenza di luce, per il pensatore tedesco luce ed oscurità sono invece due grandi poli del mondo naturale dalla cui interazione emerge il colore. Il blu è presente anche in questo saggio: associato al giallo, Goethe li definisce “armonia cromatica assoluta”.

È solo questione di tempo e il culto del blu si espande dallo scrittore tedesco a tutto il mondo romantico.

Nel 1700, l’invenzione casuale di un tintore di Berlino dà vita al “Berliner Blau” (più noto come “Blu di Prussia”), colore potentissimo che andrà ad arricchire le tavolozze degli artisti di tutto il mondo con un potere simbolico sempre più forte.

Per i romantici il blu costellava la poesia, il sogno, la melanconia: è il colore che spalanca una finestra silenziosa nel mondo rumoroso, per perdersi nei pensieri e fare introspezione.

Arthur Rimbaud, Vasilij Kandinskij e Nietzsche sono solo alcuni dei nomi che celebrarono il potere del colore blu, ma uno su tutti è quello che ne ha fatto una ragione di vita: Yves Klein.

Nell’estate del 1917, Yves Klein se ne stava seduto con gli amici Claude Pascal e Armand Fernandez, discutendo su come si sarebbero potuti dividere il mondo: a Pascal sarebbe andata l’aria, a Fernandez la terra e a Klein il cielo.
Il tentativo di afferrare e definire la vastità del cielo diventerà per il pittore francese l’essenza di tutta la sua carriera, fino a che deciderà di non usare nessun altro colore se non il blu e darà vita nel 1960 a una sfumatura tutta sua: l’International Klein Blue (o IKB).

Nel corso degli anni, il blu ha continuato ad esercitare il suo potere calmante con la sua sfumatura inspiegabile di sottile malinconia.

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L’opera “Anthropométrie sans titre” di Yves Klein (Photo: Succession Yves Klein c/o ADAGP, Paris)

Il blu è il colore delle divise dei poliziotti, per comunicare pace e sicurezza, ma è anche quel “blues” cantato dagli schiavi di colore da cui nasce il modo di dire “having the blues”, ovvero il sentirsi malinconici senza un reale motivo.

Il blu oggi è dappertutto: dalle campagne di marketing, alla politica, dalle favole alla pubblicità.

Sulla bandiera dell’Onu e dell’Unione Europea indica pace e fratellanza, sul logo del World Wide Web ci ricorda che viviamo sul “pianeta azzurro” e che stiamo diventando una comunità interconnessa, nelle favole il Principe Azzurro è simbolo di sicurezza, mentre Barbablu incarna invece l’aspetto più inquietante e misterioso del colore.

E nella moda? Il blu è sempre presente, in ogni sua sfaccettatura.
Basti pensare in primis ai blue jeans, sinonimo di abbigliamento informale e rilassato. Ma c’è anche Chanel, che nella versione dei giorni nostri rinnova la petite robe noire con un blu deciso, oppure Yves Saint Laurent che tra gli anni ’70 e gli anni ’80 crea una serie giacche in un particolare punto di bluette che diventa subito un classico.

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Per Maria Grazia Chiuri di Dior, che nel 2017 fece sfilare un’intera gamma di blu, con abiti cobalto e zaffiro, petrolio e lapislazzulo dal sapore onirico, il colore blu la appassiona da sempre, mentre Giorgio Armani non può fare a meno del suo distintivo blu navy dal potere rassicurante capace di farlo sentire sempre a proprio agio.

E quest’anno? Il blu è più attuale che mai. Tanto è vero che Pantone ha eletto il 19-4052 Classic Blue colore dell’anno 2020: una nuance vicina all’indaco, a cavallo tra il profondo della notte e un cielo appena prima che si faccia giorno.

Un simbolo di riflessione, ma anche di speranza, grandissimo protagonista sulle passerelle Autunno/Inverno 20-21.
I designer hanno fatto calare un raffinatissimo blu notte sulle loro passerelle: una maglieria total blue illumina la sfilata di Max Mara e gli accessori firmati Dior e Celine, mentre le gonne anni Settanta di Etro acquistano luminosità grazie a questa sfumatura profonda.

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Le sfumature calmanti e profonde di blu sono protagoniste sulle passerelle A/I 20-21 (Photo: Fashion for Breakfast)

Ma abbiamo visto anche i jeans indigo di Prada, oppure gli abiti con le ruches e i blazer doppiopetto di Saint Laurent che sotto i riflettori si coprono di riflessi quasi elettrici.

Il Pantone Color Institute, istituto statunitense specializzato in catalogazione dei colori, ha scelto questo colore come simbolo di questo anno (particolarmente difficile) per rappresentare la speranza e la voglia di guardare al futuro.

È un colore che ricollega l’uomo alla natura e al suo Io più profondo: una sfumatura con una lunga e magica storia, una nuance senza tempo intrisa di qualità rassicuranti a cui attingere mentre ci apprestiamo a varcare la soglia di una nuova era.

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