Focus sulla Haute Couture P/E 21

Sogno, nostalgia, semplicità, coraggio: l’Haute Couture parigina ci trasporta via dalla realtà

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Abito da sera dalle linee fluide di Azzarro Haute Couture P/E 21 (Photo: Imaxtree)

Ci troviamo ora sul finire di uno dei periodi normalmente più emozionanti del calendario della moda: la settimana dedicata all’Haute Couture.
Perché dico “normalmente”? Perché, come sappiamo, non c’è nulla che il Coronavirus abbia lasciato indenne e nel corso degli ultimi mesi abbiamo potuto vedere i mille modi in cui la moda, dal canto suo, ha affrontato la pandemia.

E il primo strumento per andare avanti nonostante le restrizioni è sempre stato lui, quello che ora è diventato il terreno prescelto dai designer grandi e piccoli per presentare i propri lavori in maniera alternativa: il digitale.

E per la settimana dell’Alta Moda parigina, la storia sembra ripetersi.
Le linee guida per l’evento (iniziato il 25 gennaio e che terminerà domani) sono state chiarificate in un comunicato divulgato dalla Fédération de la Haute Couture et de la Mode tramite The Associated Press: niente ospiti, niente ressa, niente stampa proveniente da ogni angolo del mondo.

Un messaggio chiaro, insomma, impossibile da fraintendere. Una settimana di Haute Couture blindata, una scelta necessaria che prende vita dalle attuali restrizioni da Coronavirus in un momento storico in cui la Francia (così come la nostra e altre nazioni) si vede impegnata a fare di tutto per evitare che il contagio dilaghi più di quanto non stia già facendo.

“Confermiamo che non ci si riunirà pubblicamente, ma le case di moda potranno comunque organizzare le proprie sfilate con modelle in carne e ossa, da trasmettere in diretta live, a patto che queste si tengano a porte chiuse.”
Queste le parole, tratte dal comunicato de La Fédération, evidenziano con ancora maggiore forza le domande generate dell’avvento della pandemia: la normalizzazione di questi nuovi format digitali sovvertirà del tutto il nostro modo di fruire la moda?

Una d0manda che anche noi di Fashion for Breakfast ci siamo posti diverse volte e che forse, per ora, è destinata a rimanere senza una risposta definitiva.
Almeno fino a quando ci avvicineremo a una rinnovata “normalità”.

E di normalità in questa settimana dell’Alta Moda ce n’è un accenno: la possibilità per i designer di utilizzare modelle in carne ed ossa (ovviamente sottoposte a tampone prima dell’evento), una cosa che non era stata possibile per la precedente stagione e che aveva costretto i brand ad optare per creativi video di presentazioni.

Parlando di creatività, si potrebbe quasi pensare che un ritorno alla classica sfilata possa porre limiti alla fantasia dei designer e dei loro collaboratori.
Si ripensi per esempio alla collezione Dior Haute Couture A/I 20-21, in cui il direttore creativo Maria Grazia Chiuri sostituì il tradizionale fashion show riproponendo il cosiddetto “Teatro della Moda”: un cortometraggio realizzato da Matteo Garrone che, in un’atmosfera fiabesca, celebrava la capacità dei couturier del passato di far sopravvivere l’Alta Moda anche in tempo di guerra.

Ma come non citare anche Jeremy Scott, direttore creativo di Moschino, che nel settembre 2020 presentò la sua collezione ready-to-wear P/E 21 tramite un forma inaspettato dal sapore retrò: le marionette.

Insomma, in uno scenario sconvolto dalle restrizioni imposte dal Coronavirus, non si può certo dire che i brand siano stati fermi a guardare.
Ma in questi nuovi universi virtuali, fatti di sfilate digitali, video arte, puppet-show, modelli-avatar, streaming da seguire sullo schermo del computer, cosa resta dell’esperienza reale?
Forse quel tassello mancante, quell’elemento straniante che percepiamo nel fruire le sfilate in queste modalità, è la tangibilità?

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Un abito della collezione Armani Privè per la stagione P/E 21 (Photo: Armani Privè)

Può essere. Oppure no.
Secondo Emmaleigh Eaves di Verdict potrebbe infatti non avere più senso (a livello economico e ambientale) spostare da una parte all’altra del mondo masse enormi di persone, solo per metterli seduti a osservare una sfilata che dopo pochi minuti sarà fruibile da chiunque su internet.
Proprio allo stesso modo in cui non è più sostenibile per il pianeta la produzione in massa di collezioni che potrebbero rimanere del tutto invendute.

Gli scenari che si aprono sono molteplici e la discussione è certamente aperta.
Ma, nel frattempo, godiamoci le sfilate più interessanti da questa nuova edizione della settimana dell’Alta Moda di Parigi, un mondo che -ne siamo certi- è sempre e comunque capace di bucare lo schermo e trasportarci in un mondo magico.

Dior

Se parliamo di magia, non si può prescindere dal menzionare la sfilata di Dior.

L’attrice Agnese Claisse si muove attraverso le stanze del meraviglioso Castello di Sammezzano come la principessa di una fiaba e si addentra insieme allo spettatore in un mondo dove i tarocchi prendono vita.

Maria Grazia Chiuri, appassionata di questa affascinante disciplina come lo era anche Monsieur Dior, affida proprio ai personaggi delle carte un racconto in bilico tra realtà e magia che ci introduce la sua collezione Haute Couture P/E 21.
E lo fa affidandosi per la seconda volta alla regia di Matteo Garrone, che firma il corto, intitolato Le Château du Tarot”, e ci accompagna in questo suggestivo viaggio alla scoperta dei 46 look presentati.

All’inizio vediamo la protagonista mentre si fa leggere le carte, ma non per conoscere il proprio futuro: lei chiede di poter conoscere se stessa. Così comincia il suo viaggio nei labirinti di questo castello, un percorso interiore scandito da incontri con i personaggi delle carte (la Papessa, la Giustizia, il Matto e altri) che la mettono davanti a una serie di decisioni da prendere.

Aldilà dell’atmosfera fiabesca, quello della Chiuri è un invito a rileggere la contemporaneità in un modo diverso: in un momento di crisi mondiale dove il futuro ci sembra sempre più misterioso, ciò che la designer suggerisce è porsi le domande con maggiore capacità di pensiero e più coraggio per affrontare il domani. 

Gli elementi del nuovo corso Dior ci sono tutti: regalità e sontuosità, con una vena maschile che si esprime attraverso un tailleur giacca e pantalone e un cappellino “a la Garçonne”.

Gli abiti sembrano usciti direttamente da un arazzo di un’epoca lontana: troviamo cappe color oro (colore dominante della collezione), abiti drappeggiati in leggerissimo chiffon di seta o a taglio impero, lavorazioni jacquard, strategiche trasparenze su camicie, gonne e mantelle (che ne esaltano ancora di più lo stile fiabesco) e infine ricami preziosissimi che spiccano su tutto e raffigurano i segni dello zodiaco o motivi floreali.

Come tessuti, troviamo un’alternanza di pesi e sovrapposizioni con tweed, organza e cashmere, mentre alla palette dal sapore pittorico dominata da un preziosissimo oro si aggiungono accenti blu scuri ma brillantissimi e l’immancabile grigio-simbolo della Maison.

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La protagonista del corto “Le Château du Tarot” inizia il suo percorso nel castello indossando uno dei capi della collezione Dior Haute Couture P/E 21 (Photo: Dior)

 

Schiaparelli 

Tutt’altro mood per la collezione P/E 21 firmata Schiaparelli, che il designer Daniel Roseberry introduce così: “Nella mia terza collezione per Schiaparelli ho voluto sfidare l’idea di ciò che la couture dovrebbe essere, con abiti che rispettano la tradizione di questa maison e dell’arte che c’è dietro, senza cliché. Qui la fantasia non è applicata ad abiti da principessa o a capi educati. La fantasia è dentro.”

Insomma, quello portato in scena dal direttore creativo della Maison, che sceglie un video per presentare i suoi capi, è una collezione d’Alta Moda che sfida i confini della sartoria d’autore e sfocia nei mondi dell’arte e dell’architettura.
Le silhouette, spesso aderentissime, diventano forme da abitare e Roseberry indaga lo spazio corporale attraverso l’anatomia: disseziona i tessuti accentuando braccia e busti muscolosi che ricordano le tute gonfie di muscoli dei supereroi dei fumetti, mentre gli accessori si impreziosiscono di elementi ornamentali dorati, come i grandi pendenti a forma di orecchio.

Lo stilista segue le orme della fondatrice Elsa Schiaparelli, solita esplorare la forma umana e torcere il corpo con i suoi abiti, e continua a sperimentare, disobbedire ai soliti canoni e offrirle omaggi: il velo del Wedding Dress del 1938 trasforma il cappuccio in un decoro formato da migliaia di perline d’oro applicato a una giacca di lana, il celebre lucchetto diventa una minaudière e, infine, appare anche il rosa Schiaparelli, nuance brillante simbolo della maison.

I tessuti sono dirompenti: insieme al faille di seta, alla pelle stampata e al taffetà, c’è anche il velluto di seta legato al neoprene e un sinuoso jersey di seta elastico per l’abito a colonna drappeggiato. Per quanto irriverente possa sembrare, anche questo segue l’eredità della casa e della sua fondatrice: è stata infatti lei la prima couturier a utilizzare tessuti sintetici e incorporare cerniere di plastica ai suoi lavori.

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Un capo dalla collezione Schiaparelli Haute Couture P/E 21 (Photo: ANSA)

 

Valentino

Nella cornice della stupenda Sala Grande della Galleria Colonna a Roma va in scena #CodeTemporal, la collezione P/E 21 firmata Valentino: un inno che PierPaolo Piccioli dedica all’essere umano e al tempo, elementi al centro di tutto e in quanto tali essenziali del codice “Alta Moda”.

Sulle note di “Ritual Spirit” di Robert Del Naja dei Massive Attack (con il quale Piccioli presenterà nei prossimi giorni un progetto di elaborazione di video e immagini) prende vita una sfilata “come si faceva una volta”, fatta di lentezza, modelle che si slacciano il cappotto, cambi di abito e look composti da più pezzi.

Ognuno dei 73 look della collezione non solo ha (come come tradizione nell’Haute Couture) un nome che in questo caso corrisponde a quelli delle sarte, delle première e delle ricamatrici che li hanno realizzati, ma viene raccontato attraverso un’accurata descrizione che scorre sullo schermo svelando allo spettatore tessuti e lavorazioni.

È come se andasse in scena un trattato sul lavoro di Piccioli: un viaggio nell’umanità, nella diversità, nell’artigianalità e nel colore.
Insieme sfilano donne e uomini con abiti dai colori fluo, freddi e vibranti o neutri e naturali, che si alternano armoniosamente ed esaltano le tecniche Haute Couture tipiche dell’atelier romano -come per esempio i budellini e le nervature, lavorazioni iconiche della Maison Valentino.

Le silhouette sono lunghe e asciutte, elevate ancora di più da altissime zeppe, le stratificazioni dei capi definiscono una nuova essenzialità contemporanea che esplora i concetti di intercambiabilità e protezione, mentre i tessuti rivelano la maestria, il sapiente lavoro delle mani e tutto il valore umano della creazione: petali, ricami, plissettature e decori nobilitano i materiali e rendono ogni pezzo semplicemente unico.

In questa sfilata il guardaroba maschile dialoga apertamente con quello femminile: ampi trench coat indossati in contrasto con top e serafini dalle nuance iridescenti, tessuti metallici e paillettes si sviluppano su gilet in knitwear, abiti e jumpsuit.

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Il look indossato da Maria Carla Boscono apre la sfilata P/E 21 di Valentino Haute Couture (Photo: Valentino)

 

Chanel

L’estate di Chanel ha il sapore di qualcosa che ora ci sembra lontanissimo: sa di feste, matrimoni in famiglia, serate danzanti, con una sottile nostalgia per l’adolescenza passata ma tangibile per un attimo attraverso il tocco di un abito.

Sulle note di “Be my baby” delle mitiche The Ronettes, nello scenario suggestivo del Grand Palais, va in scena la sfilata Chanel Haute Couture P/E 21.
Ospiti d’eccezione come Penelope Cruz, Marion Cotillard, Lily-Rose Depp, Alma Jodorvski guardano la sfilata sedute a distanza nelle sedie distribuite lungo la passerella, mentre davanti ai loro occhi il direttore creativo di Chanel Virginie Viard celebra con il suo fashion show la voglia di ritorno alla vita.

È proprio la sensazione di una festa in famiglia che la Viard ha voluto ricreare attraverso il piccolo corteo di modelle che apre lo show scendendo le scale e attraversando i romantici archi di fiori allestiti per l’occasione: è il sapore di una celebrazione che unisce le generazioni nel segno della condivisione di un momento felice, semplice, fatto di gesti oggi negati dalla pandemia.

L’atmosfera speciale della libertà di una calda serata estiva è ciò che viene rievocato dalla sfilata, che descrive una bellezza candida e delicata attraverso capi come fruscianti sottovesti o maxi gonne mosse da rouches nei tenui colori pastello.

La leggerezza ricorre anche nell’abito in pizzo di margherite bianche (con la lunga gonna removibile che lascia libere le gambe), nel sapore adolescenziale dell’abito midi a balze o nella delicata sensualità del vaporoso abito da ballo che svela le iconiche scarpe bicolore della maison: le Mary Jane dal doppio cinturino simili a quelle usate nel tango.

A chiudere in grande stile c’è la sposa, che fa il suo ingresso a cavallo e si presta alle foto di gruppo in famiglia. La vediamo apparire in un raffinato abito lungo in crêpe di raso color ecrù e un lungo velo a strascico ricamato da Lesage, arricchito da farfalle di strass e perle.

Incarnando lo spirito di una vera famiglia unita, le modelle e le muse di Chanel si ritrovano nella casa ufficiale della Maison, al 31 di Rue Cambon dove tutto iniziò, e il fotografo Anton Corbijn le ritrae dopo il fashion show con una serie di scatti che incarnano il desiderio di Virginie Viard: riunire i modelli per le foto di famiglia, come quelle che si possono vedere negli album fotografici, in attesa che la vita possa ricominciare come un tempo.

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Le modelle di Chanel immortalate come fossero pronte a figurare tra le foto di un vecchio album di famiglia (Photo: Anton Corbijn / Chanel Press Office)

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