Il recap della Milano Fashion Week A/I 21-22

I big della Milano Fashion Week immaginano la moda di un inverno senza Covid

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Il setting della sfilata A/I 21-22 firmata Prada, nel Deposito della Fondazione Prada (Photo: Vogue)

Com’è andata la Milano Fashion Week autunno inverno 2021/2022?
La domanda nasconde una leggera preoccupazione, mentre osserviamo i numeri della pandemia diventare sempre più preoccupanti in più di una regione.

Ma la sfida sembra essere stata superata con successo: la Milano Fashion Week digitale è uscita indenne dagli ostacoli che talvolta porta con sé tecnologia.
Perché non è solo l’organizzazione di un evento dal vivo a richiedere accorgimenti e trucchi del mestiere: anche uno streaming collettivo, specie se in diretta e dedicato a un pubblico potenzialmente vastissimo, può giocare strani scherzi che potrebbero compromettere la riuscita di un’intero show.

Il superamento di questo ostacolo è un punto che gioca in favore di quelle cosiddette “nuove competenze” che in questo anno di pandemia sono state messe in atto nel settore moda come mai era accaduto prima.
A differenza della New York Fashion Week, evento in grandissima difficoltà visto il fuggi fuggi generale dei grandi nomi da un calendario oramai sempre più scarno, la rassegna milanese ha visto confermata la presenza dei suoi big, che -anche in questo momento così complesso- cercano di plasmare un guardaroba che possa raccontare il periodo storico che stiamo vivendo e prevedere i desideri che verranno.

Scopriamo insieme quali sono state le sfilate più interessanti della Milano Fashion Week digitale Autunno/Inverno 21-22.

 

etro - Il recap della Milano Fashion Week A/I 21-22
Modelle in passerella per la sfilata Etro A/I 21-22 alla Milano Fashion Week (Photo: Etro)

Etro

Nella terza giornata di sfilate di questa anomala Fashion Week milanese, Etro ha presentato la sua collezione Autunno/Inverno 2021 attraverso un fashion show digitale trasmesso sui canali social.
Quello che ne emerge è il ritratto di una donna anticonformista e indipendente, che ama la moda comoda senza però rinunciare ai dettagli e all’unicità di ogni capo.

Su una passerella decorata da un paisley gigante simile a un tatuaggio, sfilano trenta modelle in un viaggio che unisce il mondo hippie a elementi preziosi. Per dirla usando le parole della stessa direttrice creativa: “La raffinatezza di Rudolf Nureyev incontra l’influenza rebel di Jimi Hendrix.”

Veronica Etro, a capo della linea femminile del marchio di famiglia, prende ispirazione proprio da queste due figure per realizzare una collezione che rompe le regole e -con una certa spregiudicatezza nell’approccio- sprigiona la libertà creativa da cui nasce la sua storia.

Prendiamo i due personaggi alla base della sfilata.
Il primo, Rudolf Nureyev, è stato un uomo molto complesso: non un semplice ballerino, ma quasi una sorta di semidio inarrivabile che è stato capace di trasformare il passo «en l’air» in un volo, rendendo indimenticabili le sue «ronde de jambe en l’air» che incantavano il pubblico.

Il secondo è un’icona ribelle: Jimi Hendrix, il chitarrista che ha scritto la storia del rock e che si fa ricordare anche per il suo stile iconico e indie fatto di cappotti vestaglia ricamati, blazer dalle lunghe frange e abiti gilet per la sera.

Quello che nasce da questo particolare incontro di raffinatezza ed eccentricità è un guardaroba di pezzi speciali ma soprattutto reali, fatti da volumi generosi e silhouette comode.

Dal mondo del balletto arrivano le stampe preziose ispirate ai disegni e agli intarsi degli abiti di scena usati nei balletti russi, mescolate ai ricami dei costumi appartenuti proprio a Rudolf Nureyev che Gimmo Etro (fondatore del marchio) ha collezionato nel corso di più di 30 anni.
Stampe tappezzeria, motivi paisley tipici dell’arredamento d’interni e pattern animalier tigrati evocano invece il mondo rockettaro di Jimi Hendrix. La sua figura viene evocata nel corso della sfilata da cappotti patchwork creativi dal gusto artigianale, affiancati a giacche a vento trapuntate dal sapore metropolitano e ad una maglieria avvolgente.
Anche i completi dai tagli maschili sono realizzati in tessuti d’arredamento, mentre i pantaloni in velluto a coste larghe dalla silhouette morbida e generosa svelano motivi tie dye di tendenza.

La nota femminile la portano i top con plastron applicati, ma anche i mini e maxi abiti stretti in vita da cinture con fibbie metalliche intarsiate.
Poi ancora, per l’abbigliamento più casual, troviamo felpe, jeans in washed denim, leggings e un outerwear dove spiccano bomber, parka e piumini che donano un tocco di quotidianità alla collezione. A completare il tutto, uno spirito gipsy aleggia sull’intera sfilata con elementi come stivali flat e tracolle camera case in canvas arricchite da tasche e pouch.

 

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Una modella sulla passerella di Fendi alla Milano Fashion Week A/I 21-22 (Photo: Fendi)

Fendi

Con la sfilata Autunno-Inverno 21/22 del ready-to-wear firmato Fendi, Kim Jones segna il suo secondo debutto nei panni di direttore creativo della maison romana e lo fa esaltando la storia del marchio, delle donne che l’hanno scritta e di Karl Lagerfeld: il direttore creativo iconico e amatissimo che lo ha preceduto.

In ogni look portato in passerella si respira l’approccio metodico e meticoloso di Jones, che con questa sfilata non porta in scena solo la conseguenza del cambio ai vertici artistici del marchio, ma fa di più e trasforma la gonna moda Autunno-Interno 21/22 in una dichiarazione di femminilità autentica che celebra le donne forti e intelligenti della famiglia Fendi.

La concezione di gonna Fendi pensata da Kim Jones passa attraverso i colori, le simmetrie, le forme e i punti vita ben delineati: tutto contribuisce a disegnare la silhouette di una donna vigorosa e forte, ma che al tempo stesso nasconde una velata delicatezza tutta al femminile.

“She is here” è la frase che ripete continuamente una voce all’inizio e alla fine della sfilata e la “Lei” a cui si riferisce è proprio quell’ideale di donna che porta con sé un’aura misteriosa e forte e che riesce a concedersi inarrivabili lussi personali.
In questo senso la collezione è l’espressione proprio di quei lussi personali, che si traducono in suit maschili, cappotti con taglio trench, giacche doppio petto o in strisce di visone spigato, cappotti in cashmere double, abiti in pelle con lavorazioni à jour, abiti in jersey che si drappeggiano da soli sul corpo e l’abito-lingerie in raso.

La tinta dominante è un naturale cammello, un beige cremoso che racchiude in sé la sensazione di caldo, pulizia e raffinatezza. Jones riesce nell’intento di amalgamare questo colore anche negli accessori, dove introduce una nuova borsa: la Fendi First, in shearling e in pelli esotiche.

 

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Lo stile collegiale è alla base della sfilata A/I 21-22 firmata Philosophy (Photo: Philosophy)

Philosophy

Lorenzo Serafini, direttore creativo del brand Philosophy, porta in scena nel quarto giorno di fashion week (e in modalità digitale) una sfilata che attinge a piene mani dall’universo giovanile, in particolar modo dall’ambiente scolastico americano e inglese.

Il fashion show si trasforma così in una parata dei simboli classici dei college, con righe e stendardi trasformati in segnali e messaggi e caratterizzati da colori vitaminici destinati a portare energia ed ottimismo nella stagione fredda Autunno/Inverno 21-22.

Serafini si è detto molto colpito dalla chiusura della scuole a seguito della pandemia: una circostanza che lo ha fatto ragionare, generando in lui il desiderio di colmare -attraverso la sua collezione- quella distanza creatasi tra la scuola e i suoi studenti in quest’anno così particolare che molti giovani hanno passato a distanza sacrificando la consueta socialità.
Parlando di questo, lo stilista ha affermato: “Ho ripensato agli incontri e agli scontri che ho affrontato in quegli anni e ho capito quanto abbiano costruito una fase fondamentale per dare forma alla mia socialità e all’espressione della mia creatività.”

Nasce così una collezione che si distoglie dalle tendenze del momento e che mira a sottolineare soprattutto il desiderio -dopo il periodo buio della pandemia- di tornare a sognare, sorridere, con l’idea chiara in mente di dar vita a una femminilità divertente e leggera.

Dal primo look presentato in passerella, è chiara l’ispirazione di Serafini che mescola uno stile street style alle divise scolastiche: sfilano maxi pull, cardigan e maglioni dal profondo scollo a V che ricordano in tutto e per tutto lo stile collegiale. Dettagli preppy si mescolano a elementi glam e rock: troviamo per esempio minigonne kilt con fantasie scozzesi o a righe indossate con gli anfibi o accostate a capi in pelle total black, mentre spuntano brillanti paillettes sui mini dress da sera con le spalle a sbuffo.

 

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L’iconico logo Prada fa da filo rosso tra i capi presentati in passerella per la collezione A/I 21-22 della maison (Photo: Vogue)

Prada

Nella seconda prova al femminile del duo formato da Miuccia Prada e Raf Simons c’è una forte volontà di trasformare in codici il metodo di lavoro della fondatrice del marchio: gli abiti si liberano della funzione che gli è stata assegnata e se ne scelgono una propria.

Il classico si trasforma con un gesto: il maschile e il femminile, il comfort e l’eleganza, la grazia e la protezione. La collezione per il prossimo inverno firmato Prada parla di cambiamento e desiderio e ripropone alcuni dei temi visti in precedenza nella passerella dedicata all’uomo giocando tra i poli opposti di semplicità e complessità, eleganza e praticità, limitazione e liberazione.

Gli spazi del Deposito in Fondazione Prada diventano il teatro prescelto per la sfilata Autunno/Inverno 21-22 del brand e il set (ideato come di consueto dallo studio AMO) si compone di una serie di stanze multi-texture dalle tinte brillanti, in marmo o imbottite di faux fur. Si tratta delle stesse stanze utilizzate a gennaio per presentare “Possible Feelings”, la collezione maschile che poneva l’accento proprio sul bisogno di “sentire” e sul senso del tatto.

La collezione donna, intitolata per l’appunto “Possible Feelings II: Transmute”, è la terza firmata a quattro mani da Miuccia e Simons e si pone come una riflessione sul ruolo attuale dell’abbigliamento, inteso non solo come libera espressione di sé e forma di protezione, ma anche come un mezzo per disgregare quelle convenzioni tipiche della moda.

In passerella sfilano polo di maglia, morbidi fur coat, giacche doppiopetto e bomber oversize e gonne midi. Ma sono i pantaloni flare a completare i look, ricoperti dai molteplici strati che costruiscono un riparo confortevole, elegante, a volte impreziosito da applicazioni all over e animato da un’ampia varietà di pattern geometrici e floreali che negli anni sono diventati parte integrante e fondante dello stile Prada.

Il logo, nella sua emblematica forma triangolare, rappresenta l’elemento che lega indissolubilmente l’intero percorso, ricorrendo sugli orecchini Symbole, nelle micro pocket applicate sugli accessori e spesso anche sul retro dei capi.

 

del core - Il recap della Milano Fashion Week A/I 21-22
Un capo della “Collezione Zero” di debutto del designer tedesco Daniel Del Core (Photo: Daniel Del Core)

Del Core

“La moda è artificio, ma la spinta rigenerativa che la guida è intrinsecamente naturale.”
Sono queste le parole di Daniel Del Core, che ha debuttato alla Milano Fashion Week con la sua linea dimostrando di non perdere entusiasmo e coraggio nemmeno davanti alle sfide che il Coronavirus ha imposto al mondo moda.

Designer e fondatore del brand omonimo, Del Core, che vanta nel suo curriculum un’esperienza di lavoro da Gucci, a costruire gli abiti speciali per le dive accanto ad Alessandro Michele, e prima ancora da Dolce&Gabbana, presenta per la prima volta nel vivaio costruito al piano interrato della Cittadella degli Archivi del Comune di Milano la sua “Collezione Zero”, che definisce un’estetica precisa da subito riconducibile al brand.

Il suo è un linguaggio evolutivo, influenzato dallo stile sci-fi e il cinema fantasy, dall’architettura contemporanea, dalla bellezza classica e dall’amore per l’arte in tutte le sue forme.
La “Collezione Zero” è contraddistinta da un equilibrio perfetto tra l’universo naturale e quello artificiale: linee rette o scolpite da curve dinamiche, silhouette esagerate che modificano il corpo, lunghezze differenti, materiali rigidi contrapposti a quelli fluidi, mentre i codici dell’abbigliamento maschile si fondono a quelli femminili.

Quella raccontata da questa collezione è senza ombra di dubbio una donna diva, che sceglie di farsi notare con tailleur pantaloni composti da giacche indossate a pelle sui reggiseni, mini abiti che sono in realtà giacche chiuse da cinture obi strette alla vita con cordoni in pelle colorata, soprabiti da cui sbucano luminose piume gialle e poi tanti abiti.
Troviamo abiti da sera con tessuti simili a cortecce d’albero, abiti lunghi ricamati a fiori di perline o altri luccicanti come palle da discoteca, per finire con abiti in chiffon plissettati che sembrano quasi nuvole colorate.

Si tratta di lavori artigianali che si susseguono in una collezione che ha molte caratteristiche dell’alta moda, quasi come se il designer avesse preso spunto da un immaginario che arriva diretto da un libro di storia della moda.

Nella collezione di Del Core si percepiscono tracce di un nuovo talento innegabile: dal controllo impeccabile del drappeggio e delle volumetrie, al sapiente studio del corpo e il suo orientamento nello spazio.
E in passerella trova spazio anche la natura, una fonte d’ispirazione dello stilista, che lavora con pieghe e silhouette perché ricordino la forma dei funghi o la corteccia di un albero. Le piume colorate compaiono lungo i profili di cappotti e scarpe, le metamorfosi di fiori, muffe e batteri diventano fantasie che riempiono gli abiti, mentre i cristalli rievocano leggere gocce di rugiada.

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