Lotta agli stereotipi del mondo fashion

L’arte di smantellare i luoghi comuni sui professionisti del settore moda

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“Debunking”, ovvero: l’arte dello smentire.
Forse vi sarà capitato di incappare in questa parola, qui e là in giro per il vasto mondo di internet.
E non è difficile immaginarlo, se consideriamo che si parla sempre più spesso di fake news, bufale e falsi miti che serpeggiano sul web in attesa che qualcuno possa cascarci e dare il via a una lunga sequela di fraintendimenti e passaparola controproducenti.

Solo qualche anno fa, nel 2016, la parola “post-truth” (“post-verità”) è stata eletta “parola dell’anno” dall’Oxford English Dictionary. E in effetti, se ci guardiamo intorno oggi, le cose non sembrano essere cambiate di molto.

Il dizionario inglese definisce il termine “post-truth” in questo modo:

“Aggettivo che fa riferimento o indica circostanze in cui i fatti oggettivi hanno minore influenza nella formazione dell’opinione pubblica del ricorso alle emozioni e alle credenze personali.”

Il termine anglofono descrive dunque una situazione in cui i dati di fatto non sembrano avere molta presa nella comunicazione (in vari ambiti), né costituiscono un criterio di riferimento. In questo senso, ci viene in aiuto l’Accademia della Crusca che spiega così il neologismo: più che “dopo”, ci troviamo “oltre” la verità.

Secondo Fabio Paglieri, scrittore del saggio “La disinformazione felice”, la crescita esponenziale della diffusione delle cosiddette bufale è il sintomo di cambiamenti radicali nei modi (e nei contesti) in cui noi tutti siamo ormai abituati a procurarsi informazioni sul mondo.

Il riferimento è (ovviamente) al mondo di internet, che, con il suo mare magnum infinito di contenuti e informazioni fruibili liberamente, ci ha resi lettori distratti, a volte superficiali e non sempre attenti a cercare meglio, comprendere meglio e soprattutto evitare di reiterare messaggi sbagliati o incorretti.

Già nel rapporto “Global Risks” del 2013, il World Economic Forum aveva inserito nella lista dei rischi globali la disinformazione digitale (casuale o costruita ad arte), sostenendo che i social network sono il terreno perfetto di diffusione del virus della disinformazione: ci troviamo davanti agli effetti reali del mondo digitale.

È qui che subentra la necessità del debunking.
È importante concentrarsi su se stessi, affinando le capacità di ragionamento, allenarsi nel praticare in prima persona il “fact checking” spostando il focus da una semplice denuncia dell’errore altrui (intenzionale o meno) alla condivisione di fonti e informazioni utili, per trasformare in qualcosa di produttivo anche le -inutilissime- fake news.

E il mondo della moda, ovviamente, non è esente da questo genere di problematica.
Anzi.

Che lo si guardi dall’interno o dall’esterno, il mondo fashion è zeppo di frasi fatte e stereotipi che lo accompagnano da sempre -con la differenza che prima si trattava di un mondo chiuso, inarrivabile, riservato agli addetti ai lavori, mentre ora col digitale si è virtualmente aperto a tutti.
Un “dettaglio” non da poco.

A far notare questo è il creatore dell’account Instagram “Fecondazione Prada”, una pagina che smonta con sarcasmo i più diffusi cliché sul settore: dai tentativi di rilanciare marchi in difficoltà alla mancata professionalità degli addetti.

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Due post del profilo Instagram “Fecondazione Prada” che prende in giro i cliché della moda (Photo: Fecondazione Prada Instagram)

Con leggerezza e usando il sarcasmo per raccontare gli stereotipi più fastidiosi sul mondo moda, l’ideatore della pagina (anche lui professionista del settore moda) si è prefissato di minimizzare quei luoghi comuni persistenti e maligni che un tempo lo avrebbero ferito, per ridurli finalmente a piccolezze e non permettere a nulla di offuscare l’immagine idealizzata del mondo fashion che ha avuto sin da bambino.
Insomma: idealizzare sì, ma sempre usando il cervello e una taglientissima ironia.

Secondo l’anonimo ideatore, con il digitale “[…] si è perso il senso di appartenenza che c’era prima e si sente il bisogno (errato) di dovere superare per forza degli ostacoli per essere ammessi. Uno dei primi miti da sfatare è che la maleducazione sia la norma: la gentilezza deve essere la regola, non un’eccezione.”

Il riferimento è chiaro. Va a quei cliché sempre più diffusi che vedono la moda come un mondo in cui per arrivare al successo sia necessario soffrire, penare, essere trattati male, venire costantemente insultati da capi regolarmente dispotici e insensibili.

Ma da dove arrivano certi falsi miti?
Beh, una prima risposta nasce spontanea: cinema e televisione.

Serie tv e film di successo come “Sex and the City”, “Il Diavolo Veste Prada” e “Emily in Paris” hanno cementato nell’immaginario collettivo una serie di cliché sterminati: tutti pensano di sapere cosa accade sui set fotografici, alla sfilate, nelle redazioni, ma senza considerare che è tutto frutto di fantasia, equivoci e -come dicevamo prima- bufale.

Parliamo per esempio della più recente “Emily in Paris”, serie targata Netflix che è salita in fretta ai primi posti tra le più guardate sulla piattaforma, ma che al contempo si è guadagnata anche moltissime critiche -specie dagli spettatori francesi, offesi per il modo in cui sono stati ritratti.

La trama è una tra le più semplici: una giovane e ingenua social media strategist (Emily Cooper, interpretata da Lily Collins) si trasferisce a Parigi da Chicago e, contro ogni pronostico e senza grandi capacità, raggiunge il successo. Facile, no?

La giovane Emily si trasferisce e Parigi per sostituire una collega incinta e in poco tempo (senza conoscere la lingua francese) riesce a entrare a pieno titolo nel mondo della comunicazione di beni di lusso, in un battere di ciglia diventa l’influencer più desiderata nei party più esclusivi, mentre sulla scena si sprecano scarpe e look improbabili.

Secondo alcuni, è una storia frivola e semplice che non fa male in un periodo pesante come questo, quantomeno un buon modo per distrarsi in quelle giornate che proprio non passano.
Una storia che sicuramente fa sognare milioni di ragazze appassionate di moda, certo, ma cosa c’è di vero sotto?

Secondo il creatore di Fecondazione Prada sicuramente poco e niente.
Anzi. In un’unica serie si riescono a raccogliere molti di quelli stereotipi a cui spesso vanno incontro i professionisti del mondo moda.

“Gente frivola che passa il tempo a fare festa e dire che è tutto stupendo”, “Nullafacenti senza arte né parte”, “La gavetta non serve”, “Per farsi notare è meglio un bell’account Instagram”: sono queste le opinioni più ricorrenti sui social quando si prova ad indagare sull’argomento tra coloro che non lavorano nel settore ma che pensano di sapere come funziona.

E che dire de “Il Diavolo Veste Prada”, film del 2006 diretto da David Frankel e diventato ormai uno dei lungometraggi più citati dalle fashionista di tutto il mondo?

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Anne Hathaway veste i panni dell’assistente “schiavizzata” nel film “Il Diavolo Veste Prada” (Photo: 20th Century Fox)

Se è vero che le battute taglienti della cattivissima Miranda Priestly (personaggio interpretato da Meryl Streep e basato sulla iconica direttrice di Vogue Anna Wintour) fanno ridere e intrattengono a dovere, andando a scavare sotto la superficie alcuni dettagli del film sono così poco realistici da suonare quasi grotteschi.

La protagonista Andrea Sachs (interpretata da Anne Hathaway) è una ragazza sui vent’anni irrealisticamente troppo ingenua per la sua età, che approda negli uffici di una rivista di moda ignara di qualunque standard di abbigliamento adatto all’occasione e viene assunta (senza qualifiche) per un lavoro per il quale è impreparata, accettando di farsi sfruttare deliberatamente dalla spietata Miranda.
Un personaggio debole, impreparato, intimorito, che in pochissimo tempo dimentica completamente qual’era stato fino a quel momento il suo percorso di vita e si tramuta in un attimo in regina del glamour.

Come in ogni viaggio dell’eroe che si rispetti, queste sono trasformazioni radicali che fanno sognare e rapiscono se viste sul grande schermo, ma nella realtà contribuiscono a fomentare cliché che di fatto bollano i professionisti di successo nel mondo moda come “miracolati”, dando vita a una generale approssimazione.

Parlando proprio di addetti ai lavori, va specificato che talvolta sono proprio loro a gettare benzina sul fuoco, veicolando e sbandierando sui social media una vita tanto perfetta quanto finta.
La dura realtà che vi sta dietro l’ha messa in luce Giulia Mensitieri nel libro del 2018 “The most beautiful job in the world”, dove racconta il paradosso dei freelance del mondo moda: lavoratori spesso così mal pagati da non riuscire nemmeno a racimolare il necessario per i propri pasti, nonostante un’apparenza fatta di abiti costosissimi e viaggi in business class per seguire eventi e sfilate.

Forse, tutto nasce da un preconcetto così granitico da essere stato ormai introiettato da tutti: i vestiti sono un bene superfluo, quindi non importante, e così anche il valore culturale del settore viene svalutato.

E questo pensiero, se ci pensiamo bene, è grave.
Solo in Italia, il sistema moda nel 2019 valeva 100 miliardi di euro e ora, a causa del Coronavirus, vede un totale di 75mila posti di lavoro a rischio.

Allora forse potrebbe essere arrivata l’ora di andare dietro ai filtri patinati, dietro alle copertine o ai grandi brand.

Tempo di capire che le modelle non sono solo super top model ricchissime, ma talvolta ragazzine che iniziano da giovanissime, disposte a lasciare le proprie case e imparare una nuova lingua in una nuova città per inseguire un sogno durissimo da realizzare. Bisogna comprendere che i tempi della moda non fanno scuse e che per fotografi e altre figure del “dietro le quinte” le tempistiche sono serratissime, le ore di lavoro tantissime e a volte manca addirittura il tempo di mangiare o riposare. I party dal sapore glamour non sono sempre dietro l’angolo e anzi, quando ci sono spesso sono riservati solo ai vip e alle celebrità più inarrivabili del mondo: per molti lavoratori del mondo fashion, le settimane della moda sono costellate da corse su e giù per le vie della città nel tentativo di non perdere nessuna sfilata o preparare i pezzi per il proprio show.

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Una modella riposa nel backstage, tra una sfilata e l’altra.

Dietro a ogni evento, ogni collezione e alla facciata patinata del mondo fashion che tutti noi vediamo, c’è il grande lavoro di figure che vanno rispettate per il loro percorso, la loro tenacia e il loro ruolo basilare nel costituire i piccoli grandi tasselli di questo universo.

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