Alexander McQueen: lo storyteller della moda

In occasione della sfilata P/E 22 del suo brand, ripercorriamo la storia di Alexander McQueen: outsider e visionario

mc queen - Alexander McQueen: lo storyteller della moda
Un ritratto del designer Alexander McQueen (Photo: Tim Walker)

“Penso che tornerò sempre indietro per andare avanti.”

Poche parole, ma pregne di significato.
Poche, ma capaci di rendere subito l’idea di cosa significhi sapersi guardare indietro per poter scoprire sempre nuove sfumature con le quali reinventare e leggere il presente.

A pronunciarle è Sarah Burton, stilista inglese che ha indissolubilmente legato la sua vita lavorativa a quella del grande Alexander McQueen. Lo conosce subito dopo la laurea, nel 1996, quando entra appena 21enne nell’atelier del designer grazie a uno stage offerto dalla Central Saint Martins, senza sapere che sarebbe diventata la detentrice della preziosa eredità del marchio.

È lei che nel 2010, dopo la prematura scomparsa di McQueen, diventa infatti direttore creativo dell’omonimo brand ed è sempre lei che qualche giorno fa ha portato in passerella a Londra (dopo 20 anni e fuori da ogni calendario) la Primavera/Estate 22 che ancora tiene alto l’onore di un designer così iconico e amato dal mondo fashion.

La sfilata ha un’ispirazione alta -letteralmente.
Il cielo. Per la Burton è dal cielo che parte tutto, nello specifico da quel cielo che la designer osserva ogni giorno dal balcone del suo studio a Clerkenwell.
È un cielo inglese, imprevedibile per natura, che dall’altezza del grattacielo dove si trova lo studio sembra ancora più vasto, come se svelasse altre sue parti impossibili da vedere normalmente.

Secondo la stilista, il cielo offre una connessione diversa, qualcosa di primordiale, vasto e implacabile, dove si scontra il bianco angelico delle nuvole con lo scenario di una drammatica tempesta.
È proprio questo ciò che sono per lei le modelle in passerella: vere cacciatrici di tempeste, coraggiose di fronte a ogni cambiamento repentino del tempo ma anche della vita in generale.

Anche la scelta della location rispecchia l’ispirazione “alta” dietro alla collezione (intitolata “London skies”): il défilé è stato infatti presentato all’interno di una gigantesca cupola trasparente (realizzata su misura) costruita all’ultimo piano di un parcheggio Yellow Park a Wapping. È lì, sotto ad un cielo londinese pieno di cumulonembi, perfetto per racchiudere il senso della collezione, che è andato in scena uno show incentrato sul concetto di leggerezza, che mescola passato e presente, lo stile della Burton e le reminiscenze del lavoro di McQueen.

La leggerezza della nuova collezione del brand sta nell’ariosità delle stampe di nuvole, cieli blu e albe su taffetà e faille (filati di poliestere riciclato al 100%, capaci di conservare il fruscio seducente dei tessuti originali), ma al contempo troviamo anche il contrasto con una sartorialità squadrata, fatta di zip, spalle importanti e arricciature che costruiscono volumi corposi.

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Un look della sfilata P/E 22 di Sarah Burton per Alexander McQueen (Photo: style.corriere.it)

Balze fluttuanti invadono tailleur e giacche, a loro volta destrutturati e aperti da tagli puliti e netti: è l’eleganza grunge della Burton, che trasforma capi classici in pezzi contemporanei. Le zip e le cinture sostituiscono le classiche cuciture, mentre denim e cuoio si mescolano per dettare aggressività su una palette dove si alternano look severi in bianco e nero a toni pastelli eterei e ariosi.
A chiudere la passerella, la grande Naomi Campbell in una giacchetta cropped e una gonna di tulle ornata di diamanti, veri must della collezione che, insieme a strass o perline, coprono a pioggia i completi all’inglese, le gonne e gli abiti o adorano le calze fino a coprire i piedi.

Ma quale storia si nasconde dietro al brand Alexander McQueen? È una storia dove il protagonista indiscusso è lui: il grande Lee Alexander McQueen, uno stilista tormentato e visionario, che continua a vivere oggi attraverso le creazioni di Sarah Burton, ma che durante la sua breve vita ha saputo dar vita con le sue sfilate a veri punti di svolta nel mondo moda.

Classe 1969, McQueen, nato in una famiglia di ceto operaio da mamma insegnante e papà tassista, lascia la scuola a sedici anni per buttarsi subito nel mondo del lavoro. Lo fa imparando le prime basi del mestiere da Savile Row, da Gieves & Hawkes e anche dai i celebri costumisti teatrali Berman & Nathans, per poi volare successivamente a Milano, da Romeo Gigli.
Terminata la sua esperienza in Italia, decide di completare la sua formazione in patria presso la Saint Martin’s School of Art di Londra, finché nel 1992 riesce a fondare la propria fashion house grazie al pieno supporto e riconoscimento di una delle più grandi icone della moda britannica: Isabella Blow, che diventerà poi una sua carissima amica.

Nel 1996 diventa direttore creativo di Givenchy, una maison con cui instaura da subito un rapporto complesso di alti e bassi, sottolineato dalle espressioni colorite che lo stesso designer utilizza per definire sui media i tessuti e i ricami francesi. È in questa fase della sua carriera che McQueen dà maggiore spazio alla sua voglia di sperimentazione e di ridefinizione dei canoni stilistici del marchio omonimo, introducendo un approccio al prodotto che anticipa i designer più innovativi dei primi anni Duemila incentrato sugli ibridi culturali e sulla ricerca delle nuove fibre tecnologiche.

Nel 2001 McQueen sceglie di abbandonare Givenchy, reputandola troppo castrante per la propria creatività, e inizia a farsi conoscere nella scena dell’alta moda solo con il proprio nome, un nome che da lì in poi sarà associato a sfilate trasgressive, scioccanti e sopra le righe, al punto da fargli ottenere il soprannome di “hooligan della moda”.

Lasciata oramai alle spalle la perfezione dell’haute couture parigina alla quale McQueen sente di doversi ribellare, lo stilista dà il via nella sua città natale al suo periodo più grandioso; a fianco del designer di cappelli Philip Treacy e della sua ormai inseparabile amica e musa Isabella Blow, inizia a raccogliere successi e distribuire le sue collezioni in boutique monomarca sparse in tutte le principali capitali della moda.

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Le modelle indossano le iconiche scarpe Armadillo durante l’ultima sfilata del designer “Plato’s Atlantis” (Photo: Maria Valentino/FTW/Getty Images)

Sono gli anni dei capolavori rimasti impressi nell’immaginario comune, frutto di un’estetica in cui è il contrasto a regnare su tutto: sartorialità preziosa, le celebri stampe con i teschi, i temi traslati dal mondo animale e vegetale, i pattern che rivisitano i test di Rorschach. Nelle sue creazioni (in realtà più simili a sculture, che si discostano dal mondo moda esondando in quello dell’arte) è possibile notare un mix perfetto tra l’imprinting sartoriale inglese, le finiture impeccabili della produzione italiana e il gusto dell’haute couture francese.

Introverso, con l’anima da outsider e grandi difficoltà di comunicazione con il mondo che lo circonda, McQueen sceglie la moda e in particolar modo i fashion show per mettere a nudo le proprie nevrosi e angosce.
Come nel 1995, quando con lo show “Highland rape” fa sfilare modelle con lenti a contatto bianche e abiti strappati, come se fossero state appena stuprate -secondo alcuni una citazione alle molestie subite dallo stesso stilista durante la sua infanzia da parte del cognato.

Le sue passerelle sono veri e propri spettacoli teatrali, eventi-performance che richiamano appassionati da tutto il mondo e che nascondono messaggi forti e provocatori. È una concezione moderna dei fashion show, dove lo stilista è anche uno storyteller capace di anticipare i tempi e amplificare la propria filosofia sfruttando le suggestioni dei propri incubi ricorrenti, tra atmosfere cupe e immagini angoscianti di un futuro distopico.

La sua si distingue da subito come una forma di espressione unica, intima e profonda nonostante il contesto fosse quello di un’industria commerciale, che (pur assecondando la sua passione per suggestioni dark e gotiche) non vuole comunicare solamente violenza e oscurità. In ciò che racconta attraverso i suoi capi possiamo infatti intravedere anche gli sprazzi di bellezza, la luce che si può trovare anche nei momenti bui, a sottolineare come ciò che si indossa possa essere un qualcosa in grado di mostrare agli altri più aspetti della propria personalità.

Nonostante una carriera scintillante fatta di successi e fan adoranti, la vita di Alexander McQueen, come quella di molti artisti in tutte le epoche, è minata da una profonda forma di depressione.
Sono una serie di eventi infausti ad accentuare rapidamente la sua già marcata sensibilità, trascinandolo in un vortice di malessere dal quale il designer non riuscirà purtroppo ad uscire.
Dal suicidio della sua inseparabile amica Isabella Blow, all’improvvisa morte della madre Joyce: questi lutti devastanti turbano profondamente il barcollante equilibrio di McQueen, aprendo la porta a una malinconia e un senso di solitudine che lo portano alla scelta di togliersi la vita a soli 40 anni a pochi giorni dalla morte della madre, l’11 febbraio 2010.

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L’ologramma in onore di Kate Moss viene proiettato in passerella durante la sfilata della collezione A/I 2006 (Photo: highxtar)

Tra le collezioni indimenticabili di Alexander McQueen, è impossibile non menzionare “Dante” (A/I 1996), ribelle inno grunge in versione alta moda, oppure “The Widows of Culloden” (A/I 2006) in cui una Kate Moss al suo apice e in versione ologramma veniva proiettata al termine dello show di fronte ad una platea attonita.
Ma la menzione d’onore va a “Plato’s Atlantis” (P/E 2010), la sua ultima collezione. Qui, McQueen anticipa di nuovo i tempi diventando il primo designer a trasmettere in streaming la sua sfilata, nonché il primo a proporre stampe digitali sugli abiti. La sfilata è un trionfo, che rimarrà sempre indimenticabile per le lavorazioni e le incredibili “Armadillo”, le scarpe con plateau a forma di zampa così vertiginosamente alti da essere quasi importabili.

La visione di McQueen è sopravvissuta alla sua morte, consacrando il marchio come simbolo di lusso moderno e rendendo i suoi capi, a cavallo tra arte e moda, i più richiesti in tutto il panorama della luxury fashion.

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