La settimana corta è il futuro?

La work week da 4 giorni è realtà: le altre aziende di moda accetteranno la sfida di Desigual?

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(Photo: Unsplash)

Tempi durissimi costellati da fatiche continue per gli operai e le loro famiglie, che arrivarono (giustamente) alla ribellione. In quel caso a cambiare le carte in tavola fu Henry Ford, il pioniere delle auto, che abbassò il numero delle ore lavorative e accorciò la settimana di lavoro a 5 giorni.

Si tratta di uno slogan ora più in voga che mai, che riapre il dibattito (da troppo tempo oramai inattivo) sulle ore di lavoro degli italiani -e non solo.
Dal dopoguerra a oggi, le ore di lavoro annuali per lavoratore sono in effetti scese in maniera significativa in quasi tutti i paesi Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Se consideriamo questi paesi, risulterà che più una nazione è ricca, minori sono le ore di lavoro -al punto che il paese in cui si lavora di più è il Messico e quello in cui si lavora di meno la Germania.

A leggerla così sembrerebbe quasi aver di trovato la formula magica in cui tutti ci guadagnano, tanto le aziende quanto i dipendenti, e guardando il trend storico sembra assolutamente possibile lavorare meno e lavorare tutti, ma il segreto è la produttività: se si lavora “bene”, si può produrre di più e meglio e, di conseguenza, essere più ricchi lavorando meno. 

Il dibattito si riaccende e, complici l’accelerazione delle digitalizzazione imposta dalla crisi del Covid e l’esperimento massiccio dello smart working, oggi potremmo trovarci di fronte al terreno perfetto perché questo cambiamento possa avvenire davvero.
Con una piccola modifica allo slogan sessantottino, però: “Lavorare meno, lavorare meglio”.

Chi lo propone crede nella teoria della “ripartizione del lavoro” (work-sharing) e cioè che, per un determinato livello di produzione, ridurre il numero di ore per lavoratore (anche a salario invariato) permetta di aumentare il numero di persone che lavorano perché le imprese non hanno altri margini di aggiustamento. Una diminuzione delle ore lavorate porterebbe anche ad aumenti di produttività, perché chi lavora meno tende a essere più produttivo.

I test in giro per il mondo si moltiplicano, ogni Paese affronta la questione a modo suo. Un sintomo che ci fa capire che ancora la ricetta giusta ancora non c’è.
In Belgio sul tavolo del governo c’è attualmente una proposta di settimana lavorativa da quattro giorni, ma con orario complessivo immutato: si tratterebbe dunque di comprimerlo dal lunedì al giovedì, salendo a nove ore e mezza quotidiane per mantenere inalterati i salari.

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(Photo: Unsplash)

L’Islanda ha anticipato di molto le altre nazioni, con un esperimento compiuto tra il 2015 e il 2019 che ha coinvolto vari luoghi di lavoro (scuole materne, uffici, servizi sociali e ospedali) per un totale di 2500 persone -un numero enorme se pensiamo che si tratta di un Paese con soli 356mila abitanti.
L’esperimento della cosiddetta “settimana corta” da quattro giorni si è rivelato un successo, dimostrando concretamente come la diminuzione dei giorni lavorativi abbia portato a un aumento di produttività e ad avere lavoratori più felici, meno stressati, con più tempo da dedicare alle famiglie e a se stessi.

La Scozia, seguendo propio l’esempio islandese, si trova ora ad essere sempre più vicina ad aggiungersi alla lista dei Paesi che hanno sperimentato l’orario ridotto di quattro giorni lavorativi senza tagli di stipendio, grazie ad un fondo da 10 milioni di sterline destinato ad un progetto pilota per permettere alle aziende di esplorare i benefici della settimana corta.

Ad incoraggiare il governo scozzese è stato un sondaggio condotto da IPPR (Institute for public policy research) su oltre 2mila persone in età lavorativa: secondo l’80% degli intervistati il passaggio ai quattro giorni potrebbe avere un effetto positivo sul proprio benessere e ben due intervistati su tre si sono detti convinti che il cambiamento potrebbe incrementare la produttività del Paese.
Secondo lo studio, la messa in pratica dei cambiamenti mostrerà ai lavoratori la possibilità di un futuro migliore post-pandemia, con un incremento delle ferie annuali, turni giornalieri più brevi e e l’estensione del congedo parentale.

E ora veniamo alla Spagna, dove a riscrivere il modello lavorativo è proprio un’azienda di moda: Desigual. Il colosso della moda spagnola ha fatto una mossa rischiosa e ha chiesto ai propri dipendenti di votare per l’approvazione di una proposta di settimana lavorativa corta (quattro giorni, in formula 3+1), con un taglio del 6,5% sugli stipendi.
L’azienda (convinta che fosse “ambizioso” aspettarsi l’approvazione di due terzi del personale) ha ricevuto una risposta pressoché unanime e sconvolgente: l’86% dei 500 dipendenti intervistati presso la sede centrale dell’azienda a Barcellona ha votato a favore del piano.
Per loro il weekend si è quindi allungato a tre giorni (venerdì, sabato e domenica) e l’orario di lavoro settimanale si è ridotto del 13% (scendendo da 39 ore e mezzo a 34 ore e mezzo, a fronte della diminuzione del 6,5% della retribuzione), oltre alla possibilità di organizzarsi per lavorare tre giorni in presenza in ufficio e uno in smart working.

Il miraggio Islanda, dove il taglio a quattro giorni non ha intaccato gli stipendi pur avendo sventato inutili riunioni e inoperosi minuti persi davanti alla macchinetta del caffè, è ancora lontano, ma, in un panorama post-pandemia dove lo smart working ha messo all’improvviso in discussione tutto ciò che credevamo di sapere sul lavoro, è giusto porsi la domanda: ridurre il tempo del lavoro è possibile?

Secondo Maurizio del Conte (ordinario di diritto del lavoro all’Università Bocconi) il nodo da sciogliere sono gli stipendi. Se una rimodulazione degli orari per un miglioramento della produttività è un’idea attuabile sulla quale soffermarsi, il taglio a quattro giorni lavorativi settimanali con riduzione degli stipendi potrebbe essere inattuabile per il nostro Paese. L’Italia ha infatti allo stato attuale una base salariale inferiore ad altri Paesi europei, al punto che non sarebbe possibile ridurre ulteriormente gli stipendi.

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(Photo: Unsplash)

Lo smart working ha intaccato fortemente l’organizzazione spersonalizzata del lavoro che ha regnato sovrana fino all’arrivo della pandemia nel nostro Paese e ora, mentre nuovi freelance scoprono le potenzialità del lavoro auto gestito da casa, è nato un bisogno di nuovi parametri con cui regolare la struttura retributiva.

La flessibilità nel nuovo modo di lavorare significa dire addio all’idea che si possa misurare (e pagare) la prestazione in base al tempo dedicato (ovvero l’ora) e sostituirla invece con un’analisi delle singole mansioni del lavoratore, introducendo nuovi indicatori di prestazione totalmente personalizzati.

Ma le aziende, nello specifico quelle di moda, sono pronte a tutto questo?

Per far sì che una settimana lavorativa di quattro giorni abbia successo, le aziende dovranno strutturarla in modo che funzioni per tutti in egual misura. I dipendenti in genere desiderano maggiore flessibilità ed empatia dai loro datori di lavoro, mentre per le aziende è necessario mantenere la produttività, la produzione e i profitti.

L’equilibrio è fragile e ci vuole tempo per metterlo a punto e sperimentare le potenzialità di queste nuove proposte. I marchi che sono focalizzati sull’aumento della produttività nei quattro giorni in cui i dipendenti sono attivi, potrebbero infatti non percepire affatto i potenziali vantaggi della settimana lavorativa corta.

Bolt per esempio, (una start-up che crea check-out con un clic per aziende come SwissGear e Lucky Brand e che ha da poco implementato una settimana lavorativa di quattro giorni a sperando di aumentare l’efficienza dei lavoratori e prevenire il rischio di burnout) ha iniziato a offrire ai propri dipendenti “giornate del benessere”, incoraggiandoli a utilizzarle per dare priorità alla loro salute mentale, ma si è presto resa conto che tali soluzioni gravano sui dipendenti che non ne approfittano.

Senza considerare il problema dello stipendio. Se il taglio della settimana lavorativa porterà con sé un taglio parallelo anche allo stipendio, il dipendente sarà portato a cercare un’altra occupazione part-time nel tempo libero, annullando dunque la possibilità di riposarsi e non lasciando grande spazio al proprio benessere personale.

Dall’altro lato, una settimana lavorativa di quattro giorni (se eseguita correttamente) potrebbe essere davvero la chiave da utilizzare per eliminare i compiti banali e incoraggiare i dipendenti a concentrarsi sulle proprie responsabilità principali. Potrebbe aiutare coloro che ricoprono ruoli creativi e artistici a liberare spazio mentale utile per cercare ispirazione, generare nuove idee per prodotti o campagne di marketing.

Le strade percorribili sono tante. Per il mondo moda, come anche per gli altri settori, in un panorama lavorativo sconvolto dal Covid, non resta che provare, cercare (senza paura del nuovo) strade che si adattino ai tempi e creino equilibri sani tra la vita privata di ogni lavoratore e la sua produttività.

 

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