Daniel Lee e il misterioso addio a Bottega Veneta

Cambio di rotta per Bottega Veneta: Daniel Lee se ne va, Matthieu Blazy arriva. E se fosse colpa del burnout?

daniel lee - Daniel Lee e il misterioso addio a Bottega Veneta
Daniel Lee nel 2019, durante una sfilata di Bottega Veneta (Photo: Imaxtree)

Alcuni matrimoni, si sa, non sono fatti per durare.
E ce ne sono alcuni che durano proprio come un lampo.
Tra questi, se ne aggiunge uno che ha lasciato tutti di stucco. Parliamo di un matrimonio “artistico”, di un sodalizio tra brand e direttore creativo: Daniel Lee abbandona Bottega Veneta.

Il mondo moda è in stato di shock.
“Perché così all’improvviso?” -ci si chiede- e le voci più disparate iniziano a circolare. È stata una scelta volontaria o un addio imposto dall’alto?
È questo il tema che tratteremo oggi, un tema che parte da un singolo episodio per andare ad approdare forse a qualcosa di più grande, a un problema che ad oggi affligge non un brand in particolare ma bensì l’intero settore moda.

La dipartita di Lee dalla maison viene descritta da tutti come il tipico “fulmine a ciel sereno”.
Sembra quasi impossibile che meno di un mese fa lo stilista fosse a Detroit per portare in passerella il terzo capitolo del suo progetto “Salon”, un progetto ora orfano, che avrebbe ancora tantissimi capitoli da svelare e che era stato ideato da Lee per spezzare il legame con i calendari ufficiali delle fashion week internazionali.

Sì perché Daniel Lee, nel corso di soli tre anni, non ha rappresentato una semplice fase di passaggio per Bottega Veneta. Al contrario, la sua direzione creativa ha portato il brand ad un apice glorioso, un momento storico di ritrovato splendore che ha portato i più appassionati di questa nuova vita della maison a ribattezzarla con il nome di “New Bottega”.

“Quello che Bottega Veneta rappresenta per me è un’idea di lusso autentico
che non credo si veda tanto in giro al momento.”

Queste le parole pronunciate da Lee nel 2018, anno in cui è diventato direttore creativo della maison. Parole che ha mantenuto salde nel corso del tempo, portando in casa Bottega Veneta un insieme di esclusività, inclusività, hype e nuovi pezzi iconici ma profondamente rispettosi dei codici identificativi del marchio (come per esempio il motivo “intrecciato” simbolo della maison).

I suoi successi sono da subito stati sotto gli occhi di tutti. La “Cassette Bag” da lui ripensata è diventata in poco tempo la it-bag più desiderata dalle fashionistas di tutto il mondo, ha saputo trasformare il colore verde lime (“parakeet”, nel gergo del brand) in un tratto distintivo di culto, ha portato in passerella stivali da pioggia sovradimensionati e bulbuformi e li ha resi bestseller.

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L’ultima sfilata di Daniel Lee come direttore creativo di Bottega Veneta, tenutasi a Detroit lo scorso ottobre (Photo: Rose Hohl)

Ma la svolta più grande che Daniel Lee ha apportato nel mondo di Bottega Veneta riguarda sicuramente il marketing. Se con Tomas Maier (che prima di lui ha diretto il brand per quasi 20 anni) la maison era conosciuta per la sua immagine riservata, ben nascosta nella nicchia degli accessori in pelle, Lee ha ribaltato questa percezione con una sensibilità tutta millennial (d’altra parte parliamo di un giovanissimo, 35enne).

Sebbene all’inizio fosse solito rilasciare interviste o posare a dorso nudo (come fece per la copertina di Document a settembre 2020), successivamente ha cancellato dapprima il proprio profilo social personale e poi quello del brand, trasformando l’azienda in un esempio di inaccessibilità nell’epoca della moda “vista da vicino” su Instagram.
Al posto dei profili, la sua idea fu quella di creare una fanzine digitale con una produzione raffinata, fatta di sole immagini realizzate da artisti e talenti del settore musicale (come Missy Elliot).

Ma allora a cosa è dovuto questo suo addio così prematuro?

Mentre i vertici del gruppo Kering (a cui appartiene Bottega Veneta) non si sbottonano, alcune voci interne all’azienda raccontano una storia che potrebbe spiegare il perché di un addio così improvviso in un momento di grande successo per la maison.

Secondo queste voci, il recente fashion show di Detroit avrebbe rappresentato l’ultima goccia per un Lee già enormemente stressato da orari di lavoro estremamente provanti. Come nel più classico dei circoli viziosi, le stancanti ore di lavoro (anche notturno) del designer avrebbero accentuato ancora di più il suo presunto carattere “poco comunicativo”, che avrebbe poi portato gli altri dipendenti a percepire un’atmosfera generale di nervosismo sul posto di lavoro.

È questa, quindi, la motivazione dietro la scelta di Lee? Si tratta di un burnout da stress arrivato a non avere più soluzione? Oppure, come sostengono altre fonti, la sua non è stata una scelta libera, ma un licenziamento in tronco con effetto immediato (magari causato da tensioni durante la sfilata di Detroit)?

Forse non lo sapremo mai, ma ciò che è certo è che l’argomento del burnout nel settore moda è uno di quei temi caldissimi di cui però sembra non si parli mai abbastanza.

L’attenzione che viene posta quasi ossessivamente solo ed esclusivamente sul direttore creativo (anziché su altre figure professionali all’interno delle maison) può portare i designer a vivere una situazione di stress enorme, con la costante pressione addosso di dover performare al massimo.
E questo diventa maggiormente vero nei momenti di gloria dei brand, se consideriamo la costante sensazione di dover soddisfare le aspettative o creare il prodotto di punta della prossima stagione che può nascere dall’aver creato una collezione particolarmente amata.

overworking - Daniel Lee e il misterioso addio a Bottega Veneta

Rimanendo nel campo della moda si è parlato di questo tema poco tempo fa, quando Virgil Abloh (direttore creativo della linea uomo di Louis Vuitton e fondatore di Off-White) scelse di prendersi tre mesi sabbatici subito dopo essere stato nominato direttore artistico della linea maschile di Louis Vuitton proprio a causa di un sovraccarico da stress dato dai ritmi serrati, i viaggi continui e alcuni problemi di salute.

Già da tempo, lavorare nell’industria della moda è diventato sinonimo di “over-working”: un aumento progressivo di ritmi e ore di lavoro, nella spasmodica richiesta di iperproduttività che deriva in primis dal continuo bisogno di novità dei clienti, alimentato da un calendario di eventi, sfilate e lanci che non si ferma davanti a nulla.

Se questo tipo di situazione va a gravare su tutti coloro che stanno faticosamente cercando di trovare il proprio posto nel settore tanto ambito del fashion, la cosa certa è che sui direttori creativi questo stress può avere conseguenze ancora più catastrofiche per la salute mentale, considerando in special modo come la figura del direttore creativo sia diventata una sorta di icona ultraterrena.

Anziché puntare tutti i riflettori su un singolo individuo, questo potrebbe essere forse il momento giusto per cambiare la struttura delle cose e renderla più orizzontale, per guardare ai progetti dei brand come a progetti di gruppo, dietro ai quali si nascondono tantissime persone che lavorano in sinergia con un fine comune, condividendo insieme le conseguenze di successi e insuccessi.

Non sappiamo cosa si cela davvero dietro all’addio di Daniel Lee a Bottega Veneta, ma, se davvero si tratta di questioni legate alla sua salute mentale, non ci resta che augurarci che possa riprendersi e tornare, in futuro, a regalarci i momenti fashion di altissimo livello che lo hanno contraddistinto.

Salutato Lee, sorge spontanea un’ultima domanda: cosa succederà adesso?

Nel mondo moda tutto si muove e -ovviamente- nell’aria c’è già un nome.
È quello di Matthieu Blazy, già ready-to-wear design director di Bottega Veneta dal 2020, appena confermato come nuovo direttore creativo. 

Blazy, parigino, classe 1984, ha iniziato la sua carriera nel mondo della moda presso Raf Simons, come designer della linea uomo, per poi passare al team di Maison Margiela come designer della linea haute couture “Artisanal”. Nel 2014, diventa senior designer di Céline, per poi ritornare alle origini al fianco di Raf Simons per Calvin Klein dal 2016 al 2019. È l’anno successivo che entra a far parte di Bottega Veneta, affiancando proprio l’ormai ex direttore creativo Daniel Lee.

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Matthieu Blazy, appena nominato nuovo direttore creativo di Bottega Veneta (Photo: Pinterest)
Di Blazy viene sottolineato più volte il carattere rispettoso ed educato, un dettaglio che lascerebbe intendere la volontà di rompere col passato, un passato fresco che ha il volto del carattere cosiddetto poco “friendly” di Lee. Questi lati caratteriali del nuovo direttore creativo fanno auspicare ad un rinnovato ambiente armonico, privo di contrasti umani tra le varie figure professionali, che potranno collaborare con facilità in un clima più disteso.
Dietro questa scelta c’è in primis la continuità creativa che Blazy potrebbe essere in grado di mantenere grazie al tempo passato a lavorare a stretto contatto con Lee, fautore di quello stile che ha garantito a Bottega Veneta un rilancio stellare del fatturato anche in un periodo duro come quello della pandemia.

 

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